S O G N I

 

 

S. Botticelli "Dante a Beatrice nella sfera della luna"

 

 

 

VIVERE DA LIBERI IN ESILIO. L'EREDITA' DI MARTINA

un racconto di Paolo Clemente

Martina ricordava qualcosa delle sue vite precedenti, ma aveva capito a sue spese che di questo era meglio non parlare. Era già abbastanza stravagante così, con quell’espressione compiaciuta che sembrava prenderti in giro.
 Ma quel sorriso era rivolto all’interno, non all’esterno.
 “Vallo a spiegare alla gente che stai recitando la Divina Commedia! Che ne sanno loro delle tue gioie segrete, delle verità che quel testo pian piano rivela?”
 Martina stava perdendo la vista a causa di una rarissima malattia ereditaria.
 Per i medici non c’era niente da fare, così la prescrizione se l’era fatta da sola: imparare la Divina Commedia a memoria prima di diventare cieca del tutto.
 Ci aveva impiegato sette anni e ora la vista poteva anche andare a farsi benedire.
 Ai tempi dell’Università aveva scoperto che nel poema di Dante era adombrata la teoria eliocentrica; poi vi aveva scovato il codice genetico, infine la fisica dei quanti.
 Dante non poteva esporre queste teorie chiaramente, altrimenti sarebbe finito sul rogo, perciò aveva dovuto usare un linguaggio oscuro.
 Dante aveva capito tutto. Martina aveva capito Dante, ma il mondo non aveva capito Martina.
 Non aveva potuto discutere la tesi.
 “Sto per andarmene, a qualcuno devo pur lasciarli” erano state le sue parole mentre mi affidava i manoscritti.
 Non so perché avesse scelto proprio me. Si trattava di un centinaio di quaderni: nei primi la scrittura era fitta, poi si diradava progressivamente fino agli ultimi in cui c’era una sola parola per pagina: era la sua interpretazione della Divina Commedia.
 La conoscenza non era un faticoso procedere attraverso i secoli perché la scienza era stata data immediatamente e totalmente a pochi individui. I secoli occorrevano agli altri per arrivarci. La chiave del mondo era il sogno. Tutta la Divina Commedia era un sogno lucido, cioè uno di quei sogni in cui sai di sognare.
 La verità era lì, nei mondi onirici, bastava dare un’occhiata. Solo che nessuno insegnava come farlo.
 La Chiesa aveva condannato l’interpretazione dei sogni come una superstizione, perciò in Occidente non si era potuta sviluppare.
 Poi era arrivata la psicoanalisi che però aveva considerato solo i sogni stupidi, cioè quelli in cui il sognatore non è consapevole di sognare.
 A Freud interessava troppo l’inconscio per accorgersi della coscienza. Jung, poi, l’aveva ignorata del tutto.
 Meglio Platone con il suo mito della caverna: mentre tutti stanno facendo sogni banali, improvvisamente uno si rende conto di sognare, si alza e si guarda intorno.
 Buddha significa risvegliato: non dal sogno ma nel sogno. Nel sogno c’è tutto, non c’è altro da sapere.
 Ricordo l’ultimo dialogo con Martina:
 “Quando sei nel sogno non hai molto tempo e vedi solo quello che vuoi vedere, capisci?”
 “I desideri?”
 “Sì, il sogno ti legge nell’animo e li esaudisce. Se sei avido di te, quello ti da. Tante volte mi sono ripromessa di utilizzare il sogno per conoscere verità più alte, ma al dunque desidero sempre e soltanto me stessa.”
 “Te stessa?”
 “Sì, la mia vita, il mio futuro. A me i sogni mostrano il futuro perché è questo che vuole il mio cuore. Non c’è niente da fare, non riesco ad uscire da me stessa.”
 “Ma vedi il futuro!”
 “E che importanza ha? Sapere che morirò sola come un cane e che mi troveranno dopo una settimana non mi cambia la vita.”
 “E Dante come faceva?”
 “Dante era un grande perché riusciva a dimenticare se stesso; se leggi la Divina Commedia e conti i passi in cui viene predetto il suo futuro, ti accorgerai che sono pochissimi. Lui poteva contemplare la verità perché era libero.”
 “Libero ma in esilio”
 “No, la nostra libertà è tutta apparenza: noi siamo liberi fuori, lui era libero dentro, libero da se stesso, capisci?”
 “No”.
 Dovevo pubblicare i quaderni. Quello era il compito che mi aveva assegnato, la mia persona le interessava meno della sua.
 Allora non potevo capire perché non conoscevo il sogno lucido. Ora che lo conosco so anche dove incontrare Martina.
 
 Paolo Clemente

 

 


 

 

FONTANA DI SOGNI E POESIA
LETTURA SINOTTICA DI SOGNI E POESIA DI ANDREA FONTANA

 

                                     clicca per continuare                

 

 

 

UN SOGNO DI ADELE

un racconto di Luciano Lodoli

Una volta Adele mi porta in seduta il resoconto scritto di un sogno, a suo dire molto angosciante, che l’ha svegliata quella mattina:

"Vado a M. e ne approfitto per passare all’azienda tessile in cui avevo lavorato e salutare gli ex colleghi.
Mi trovo dapprima nel locale dell’amministrazione dove devo definire una questione rimasta pendente. Le porte improvvisamente si chiudono rumorosamente, di scatto, e non sono più normali porte da interno, ma sono ora porte blindate automatiche, che è impossibile aprire...
Mi agito, ci sono molte persone nella stanza. La più vicina dice che c’è una nuova regola che vuole che durante l’orario di lavoro le porte rimangano chiuse.
Io dico a voce alta, quasi gridando, che non c’entro niente, che ormai non lavoro più lì e che voglio uscire.
Finalmente mi trovo al piano di sotto, dove un tempo lavoravo. Qui incontro Maria la mia vecchia collega di stanza. In quel momento arriva anche R. che è il mio nuovo capo, il padrone della galleria d'arte di Terni. Maria lo saluta dicendo: "Ciao frate!" ed io mi vergogno molto pensando che il suo sia un comportamento da ignorante maleducata e discrediti il mio precedente lavoro e quindi anche me stessa agli occhi di R.
Esco piena di vergogna e cerco di raggiungere al più presto il mio nuovo ufficio nella galleria d’arte a Terni.
Per uscire dalla fabbrica tessile devo però attraversare un fossato che la circonda, pieno di acqua profondissima ed oscura. C’e un canotto tondo con un Caronte che lo conduce. Il Caronte è poco definito, una specie di ombra. Io salgo assieme a poche altre persone e mi siedo come gli altri sul bordo del canotto.
Non so se fidarmi del Caronte.
Mi rendo conto che il bordo su cui siedo è viscido e scivoloso ed io non riesco nemmeno a toccare il pavimento del canotto con i piedi e quindi non ho equilibrio. Con me ho le bozze del catalogo su cui sto faticosamente lavorando e di cui sono molto orgogliosa, e temo che cadrò in quell’acqua molto torbida. Penso che rovinerò tutto il lavoro e che io stessa mi sporcherò.
Mi preoccupa soprattutto l’dea di rovinare il catalogo e che poi non potrò più combinare nulla di buono nella vita. Non c’e nessuno che mi possa aiutare. Mi pare ora di vedere Paolo e Virginia che si abbracciano lassù, lontano, sulla terrazza della fabbrica.
Io sto nella barca, insicura ed inquieta: non so se posso avere fiducia in quel Caronte, che non riesco più nemmeno a vedere nella nebbia che infittisce…
Suona la sveglia!".

Non c’e bisogno per me di aspettare che la paziente espliciti chi possa essere quel Caronte...

 

 

UN SOGNO DEL TERAPEUTA

un racconto di Luciano Lodoli

Sogno un luogo onirico ricorrente. Da un'alta scogliera mi affaccio sul grande golfo di Napoli. Sulla mia sinistra intravedo il lungomare, il porto, due castelli e vari altri edifici monumentali, di fronte lontanissimo un promontorio con piccoli paesi arroccati ed a destra tre grandi isole nere.
Il mare è azzurro chiaro, ci sono onde morte altissime e non c'è quasi corrente. L'acqua è appena fresca, deliziosamente fresca, e molto profonda. Io entro in quell'acqua tanto incredibilmente limpida che ho la sensazione di volare leggero e sicuro. Non sono solo, sento sulle spalle e sulla schiena il contatto leggero di una donna, mi volto e la vedo giovane e familiare.
Penso dapprima a mia figlia.
Nuoto, o volo, fluidamente verso il largo, mentre il cielo diventa di un azzurro sempre più intenso e brillante. Non si vede quasi più la costa dietro di noi ed il promontorio davanti, in breve, è avvolto da nuvole immense e scure. Si alza un vento sempre più teso ed io giro lentamente sulla sinistra. Virando scorgo la città con i suoi due castelli, uno sul monte e l'altro sul mare, avvolti da alte fiamme. Completata la virata, sollecito con dolcezza la ragazza a lasciare la mia schiena e lei al mio fianco inizia a nuotare sempre più vigorosamente.
Mi accorgo che non è mia figlia ma che, in ogni caso, per lei provo interesse e responsabile premura.
Il mare ora è molto agitato ed io confido nelle mie forze per arrivare con sicurezza alla riva. Provo la piacevole euforia di chi si sente in grado di far fronte a qualsiasi difficoltà della vita. Con la coda dell'occhio intravedo la ragazza che nuota al mio fianco. Poi devo superare un banco d'alghe viscide ed impanianti e più avanti una serie di scogli a pelo d'acqua.
Tra gli alti spruzzi delle onde, che si frangono sballottandomi, supero le correnti avverse e finalmente approdo in una tranquilla baia affollata di bagnanti che si asciugano e si rivestono per tornare alle loro case. Uscendo dall'acqua mi accorgo di essere rimasto solo.
Per un attimo provo spavento e preoccupazione per la sorte della mia giovane compagna. Ma l'angoscia dura poco ed io sono presto pervaso da una grande serenità. Sento che lei se l'è certamente cavata alla grande contando sulle sue forze e sulla sua nuova, acquisita, sicurezza e che se si è diretta ad una sua meta che non coincide più con la mia è perché non ne avverte più la necessità. Io mi sento felice e soddisfatto per averla affiancata e sostenuta in questa esperienza.

 

 

STORIA DELLA VENDITRICE DI DISCHI
un racconto di Luciano Lodoli

Enea percorreva lentamente il marciapiede del viale allontanandosi da Ponte Garibaldi, si sentiva stanco e depresso e, come gli accadeva spesso quando era di umor nero, stava rimuginando su ciò che da sempre considerava il primo affronto perpetrato nei suoi confronti: l'essere stato chiamato Enea. Benché ormai il suo rancore si fosse molto attenuato, gli tornavano ancora spesso in mente gli stupidi lazzi dei compagni di scuola, chissà perché tanto stimolati da quel nome.
In pochi minuti al sereno del giorno era subentrata una notte gelida come poche ne ricordava a Roma. Tutto normale, pensò, a metà Gennaio. Passò davanti al cinema Induno, distrattamente, ma dopo qualche passo trasalì rabbrividendo per il freddo e decise di tornare indietro per vedere quale film fosse in programma, poi, dimenticando di farlo, comprò un biglietto ed entrò direttamente nella sala completamente vuota.
Stava ormai per tornare alla cassa a chiedere spiegazioni quando le luci si spensero ed iniziò la proiezione del secondo tempo del film "I pugni in tasca" di Bellochio. Bel film, pensò, bella Paola Pitagora. Aveva già visto il film un paio di anni prima al cinema Arlecchino in via Flaminia, allora assieme a non più di tre o quattro altri spettatori, nonostante il grande entusiasmo con cui il film era stato accolto dalla critica. Uscendo dopo circa un'ora si trovò a camminare svelto, irrigidito dal freddo.
Poche auto passavano e nessun pedone, una Roma irreale, siberiana, il cielo nella notte ancora rosso a ponente. Seguendo con la mente il corso disordinato di pensieri in libertà, attraversò il Tevere passando per l'Isola Tiberina, poi seguì i lungofiume fino a ponte Sant'Angelo.
C’era una sgradevole tramontana e, dentro, sentiva il sangue stentare a scaldarlo e rabbrividiva. Da un poco stava seduto sul parapetto. Entro pochi minuti sarebbe stato costretto ad alzarsi ed a cercare riparo.
Un vecchio macilento gatto stava fermo, quasi appoggiato con il fianco al parapetto, rigido, più morto che vivo. La mente di Enea ora vagava, non vedeva più il gatto.
La nostalgia lo sgomentava. Improvvisamente ebbe l’impressione di vedere la sua donna, già non più sua, lì davanti a qualche metro esitante, ma subito di vederla precipitare lontano da lui e dal luogo. Quasi gridò forte il suo nome, forse lo fece, e non c’era nessuno vicino.
Si alzò strinse il bavero della giacca attorno al collo ed accese una sigaretta. Aveva inciampato nel gatto, lo smosse allora con la punta della scarpa e s’ accorse che era rigido stecchito. Si chinò e vide gli occhi del gatto aperti spalancati. Se non è ancora morto, pensò, non ha scampo.
Allora Enea quasi corse in direzione di Corso Vittorio e gli facevano male i muscoli e le ossa per il freddo.
Si trovò a salire le scale buie di un vecchio palazzo in via dei Banchi Nuovi, ed a cercare alla luce di un fiammifero l'interno 10.
Guido Coletti, il suo amico degli anni della scuola elementare di Via Cassiodoro, grembiuli blu e colletto inamidato con l'ignobile fiocco bianco, lo guardò incuriosito e stupito attraverso l'uscio semiaperto. "Enea!" esclamò, "sono contento di vederti"...

 

 

NASCE UNA PICCOLA POESIA
un racconto di Luciano Lodoli

Un lungo viaggio in autostrada.

Alle 13,45 breve sosta profilattica anti morte per colpo di sonno. Mi addormento ascoltando il giornale radio di RAI 3. Il sonno diventa profondo, profondissimo, e poi pieno di sogni.

Sogni intensi, visioni a vasta scala cromatica e intensa partecipazione emotiva, leggera angoscia, senso di estraneità e pervasiva saudade.

L'inesplicabile illogicità della trama onirica mi porta in terre, e stati interni, lontane e forse ostili. “Stranger in a stranger land”.

Al risveglio, in lenta emersione dall'apnea ipnagogica verso la superficie del contatto con il senso realistico della realtà, ascolto una voce familiare non ancora intellegibile nelle nebbie della mia coscienza e penso... l'indistinto suono di una voce amica ed il suo danzante intercalare...

Pian piano riconosco la voce del conduttore per antonomasia di Fahrenheit che intervista un ospite ed il risveglio, ora, è piacevole e rapido. La sera, a casa, ripenso al frammento di pensiero: ... l'indistinto suono di una voce amica ed il suo danzante intercalare... lo penso in versi e provo a scriverci su una piccola poesia che contenga il senso della nostalgia, dell'estraneità e dell'esplorazione:

Il risveglio di Ulisse

L'indistinto suono d'una voce amica

ed il suo danzante intercalare

nella domestica stanza al risveglio

giunge sereno a riportare

una Itaca ancora ritrovata

ed una Penelope da baciare

il giorno della sfida al nuovo mare,

ultima.

 

From 2011 01 01: