Prospettive costruttiviste in PSICOANALISI
 

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A cura di GILDA BERTAN
psicoterapeuta di orientamento psicoanalitico

Il grande Freud è certamente figlio del suo tempo. Anche se, in epoca positivista, egli parla di inconscio, di un’istanza, cioè, che sfugge alla ragione, la sua teoria è supportata dalla concezione positivista secondo cui esiste una “vera” conoscenza, fondata sulla corrispondenza tra il pensiero e una presunta realtà oggettiva, posta “fuori”, cui il pensiero aderisce. Lo “scontro” tuttavia quotidiano di situazioni transferali e controtransferali (all’epoca teoricamente ancora fragili e poco articolate) insinuerà un qualche dubbio sulla figura dell’analista come garante neutrale di quella presunta “verità”. Come fa notare Jorge Luis Martin Cabrè (2006) , tali preoccupazioni si rilevano, più che dai dati ufficiali, dai carteggi con i suoi allievi e collaboratori, in particolare con Ferenczi, allievo particolarmente dotato che già nel 1928, nel suo saggio “Elasticità della tecnica psicoanalitica“, introduce il concetto di “empatia”, intesa come “sentire- con” allo scopo di con-dividere per poter essere d’aiuto. Sarà poi la Klein (1946), di cui Ferenczi è stato il primo analista, a spostare il processo psicoanalitico su un piano relazionale, introducendo il concetto di identificazione proiettiva, divenuta poi, soprattutto con la successiva elaborazione di Bion, uno degli assi portanti della psicoanalisi e in particolare del modello di campo, anticipato dall’accento fortemente trasformativo con cui Bion connota il processo analitico.

Ma sarà con la “crisi” del pensiero positivista, che verrà a cadere l’utopia di una scienza indipendente dal tempo, dalla storia e dalla teoria stessa. La fisica quantistica e i suoi legami con la Gestalt, con la loro inclusione nel campo osservato dell’osservatore stesso, influenzeranno significativamente il pensiero dell’epoca.

L’epistemologia di Popper, nel dopoguerra, asseriva che la scientificità di una disciplina non dipende dall’osservazione neutra dei dati e dal metodo induttivo, perché l’osservazione non è mai neutra, ma avviene sempre all’interno di una teoria “a priori” dell’osservatore e dai suoi punti di vista Questo metteva in discussione l’assetto terapeutico psicoanalitico fondato sul paziente bisognoso di fronte all’analista neutrale e interprete non partecipante. Anche il pensiero psicoanalitico risentiva della crisi che aveva investito tutto il mondo scientifico.

Nascono così nel mondo psicoanalitico teorie che focalizzano le dinamiche interpersonali e si muovono, intrecciando riferimenti filosofici provenienti dall’ambito fenomenologico (Husserl, Heidegger, Karl Jaspers, Ludwig Binswanger, EugeneMinkowski…) dall’ambito costruttivista,

(George Kelly, George Herbert Mead, Jean Piaget, Humberto Maturana, Ernst von Glasersfeld, Francisco Varela, Heinz von Foerster, Niklas Luhmann, Paul Watzlawick, Lev Vygotskij…), e da quello ermeneutico (Hans Gadamer, Paul Ricoeur…).

L’esperienza è qui intesa come frutto di una creazione continua soggettiva e intersoggettiva, alla cui costruzione contribuiscono varie componenti interagenti fra loro, provenienti sia dal mondo interno che esterno al soggetto.

La creazione/ ricreazione dell’esperienza è continua. Presente e passato si creano e ri-creano uno sull’altro. Nel presente vive il nostro passato e, nel racconto, il passato è ricreato dal e nel presente.

Anche l’inconscio è in continua for/ rifor -mazione e rimanda costantemente alla relazione.

Attualmente, possiamo, grosso modo (modo chiaramente riduttivo e impreciso), individuare, in ambito psicoanalitico, alcuni filoni che assumono al loro interno un’ottica che si fa interprete del cambiamento del pensiero “post positivista”: l’infant research, il filone più dichiaratamente costruttivista, quello più fenomenologico e quello che si rifà alla teoria del campo:

● L’infant research, il cui esponente più noto è Daniel Stern, utilizza metodi sperimentali di laboratorio per studiare lo sviluppo del bambino, riportando poi tali risultati nell’ambito della teoria e della prassi psicoanalitica.

● L’indirizzo interrelazionale/ intersoggettivista, pur collocandosi in ambito psicoanalitico, si scosta da un’ottica pulsionale, abbracciando la teoria dell’attaccamento di Bowlby e incrociandola con i dati provenienti dall’Infant research.

● L’indirizzo fenomenologico che unisce il vertice di osservazione della fenomenologia e le sue applicazioni in ambito psicopatologico con la psicoanalisi freudiana interpretata in senso ermeneutico, in particolare attraverso il contributo di Gaetano Benedetti.

● Il modello di campo, si pone in continuità con la tradizione classica psicoanalitica accogliendo e sviluppando tutto ciò che nei vari autori (Freud, Ferenczi, Klein, Winnicott, Baranger, Bion, Meltzer …) prelude alla concezione di uno scenario terapeutico in cui coesistono una molteplicità di attori tra loro interagenti (Ferro.) e aprendosi alla ricerca neurofisiologica e neuropsicologica (Mancia…) e talora all’infant research (Stern, Emde…) e alla psicologia dell’io (Kohut).

ll filo conduttore in tutti questi diversi approcci è la consapevolezza della partecipazione continua dell’analista in un processo terapeutico co-costruito e all’interno di una continua negoziazione della relazione nel qui ed ora.

 

L’INFANT RESEARCH

Stern (2002..) e i suoi collaboratori (Lichtenberg, Emde, Greenspan, Beebe, Lachmann, ) hanno dimostrato che l’essere umano, fin dalla nascita, è “programmato” per relazionarsi con gli altri, confutando così la tesi del “narcisismo primario di Freud” e le teorie a ciò conseguenti, come quella dell’esistenza di una fase “autistica normale” nel neonato. (Mahler)

Questa scoperta ha portato alla concezione di una psicoanalisi improntata al “relazionale” e all’”intersoggettivo”, affermando che l’intersoggettività è condizione di umanità (Stern)

Attualmente Stern parla di “present moment” e “now moment” come momenti di scambio intersoggettivo, a forte pregnanza affettiva e di riconoscimento reciproco che accadono in seduta e che si configurano, all’interno del processo terapeutico, come veri e propri motori del cambiamento, al di là dell’interpretazione.

 

L’INTERSOGGETTIVISMO

Nella prospettiva interrelazionale/ intersoggettivista sono confluite scuole di pensiero aventi origine da varie correnti all’interno del mondo psicoanalitico, a partire, ad esempio, dalle teorie interpersonali (Sullivan) e delle relazioni oggettuali, dalla Psicologia del Sé (Kohut.) e dai tentativi di integrare Infant research e psicoanalisi. Tutti postulano una mente intrinsecamente diadica, interazionale, interpersonale, sociale, funzionante in tal senso fin dalla nascita (rifiutando la tesi Freudiana del narcisismo primario inteso come totale indifferenziazione) e avanzano una visione del rapporto terapeutico che si fonda soprattutto sull’interazione.

Tra le più importanti si impongono:

● A) La corrente interrelazionale, elaborata da Stephen Mitchell (2000), in continuità con Sullivan e a cui appartengono anche Lewis Aron, Jessica Benjamin, Philip Bromberg, Donnel B. Stern ed altri. In questa prospettiva la mente funziona con una forte”matrice relazionale” che intesse e organizza i molteplici aspetti dell’esperienza umana lungo tutto l’arco della vita. Su un piano terapeutico ne consegue che il lavoro analitico è basato sulla possibilità di cambiamento dell’organizzazione di base del mondo relazionale dell’analizzando,, senza con ciò sminuire l’importanza dell’acquisizione di consapevolezza rispetto a deficitarie o traumatiche esperienze precoci.

● Per Mitchell Il transfert è inteso come riproduzione nel “qui e ora”, delle stesse modalità patologiche con cui l’analizzando ha affrontato o è solito affrontare specifici temi conflittuali, nella ricerca di nuove soluzioni di fronte alle caratteristiche della situazione presente.

● Mitchell considera fattori imprescindibili della prospettiva relazionale ed essenziali nel processo terapeutico, l’interazione, l’influenza reciproca bidirezionale, e la co-costruzione del significato tra paziente e analista.

 

● B) La corrente intersoggettivista, che, a partire da Merton Gill (1994), si sviluppa poi con Robert Storolow (1992), George Atwood (1992), Donna Orange(1997) ed altri. Lascio la parola all’IPPA, l’Istituto di Psicologia Psicoanalitica di Brescia che si situa in quest’ambito e che così si presenta: ” La Scuola, sin dalla sua nascita, si è segnalata e contraddistinta per una concezione della psicoterapia psicoanalitica tesa a privilegiare l’aspetto relazionale, intersoggettivo e interattivo in coerenza con le risultanze della psicologia evolutiva, dell’infant research, delle neuroscienze e delle altre discipline di confine.

La Scuola ha avuto sin dall’inizio, come suo punto di riferimento e maestro M. Gill, con cui è stata in contatto fino alla sua scomparsa. La nostra parabola teorica ha seguito la sua e, quindi, il nostro approdo al modo di pensare costruttivista ha seguito il suo.

La nostra visione costruttivista concepisce la situazione psicoterapeutica come una interazione intersoggettiva e considera l’interazione, in ogni suo aspetto, come intrinseca alla procedura.

In quest’ottica, analista ed analizzando costituiscono un cerchio intersoggettivo in quanto l’interazione diventa il veicolo della soggettività di entrambi e quindi l’oggetto da osservare, capire, interpretare, compito questo che l’analista svolge attraverso la sua posizione ‘meta’ o ‘asimmetrica’”.

 

L’INDIRIZZO FENOMENOLOGICO

Lascio anche in questo caso ai rappresentanti di tale indirizzo raccontarsi attraverso la presentazione della Scuola di specializzazione di Padova da loro fondata .

“Le basi storico-scientifiche dell'indirizzo sono, dunque, su un versante, la fenomenologia di Husserl e di Heidegger e le sue applicazioni in ambito psicopatologico: la fenomenologia soggettiva di Karl Jaspers, la Daseinsanalyse di Ludwig Binswanger, la fenomenologia strutturale di Eugene Minkowski e Emil von Gebsattel; sull'altro versante, la psicoanalisi freudiana interpretata in senso ermeneutico, in particolare attraverso il contributo di Gaetano Benedetti.

Il rapporto tra psicoanalisi e fenomenologia ha una significativa origine storica nella figura di Franz Brentano che ebbe come allievi sia Freud che Husserl. Affrontato sul piano teorico fin dalla nascita dei due indirizzi (ad esempio da Fink, allievo di Husserl e nel carteggio Freud-Binswanger), tale rapporto si è sviluppato ed è stato facilitato dall'evolversi delle concezioni scientifiche e culturali.

In accordo con i più recenti studi epistemologici sulle strutture e sui sistemi complessi, la psicoanalisi post-freudiana si è allontanata dalle basi naturalistiche dell'impianto teorico e ha modificato l'impostazione classica del setting psicoanalitico, riconoscendo il ruolo dell'osservatore nello studio dei fenomeni e la rilevanza del significato e dello stile personale insito in ogni manifestazione psicopatologica. Alcuni sviluppi della psicoanalisi (si pensi a Bion, Racamier, Matte Blanco, Resnik, Rosenfeld, Segal, Searles) hanno rinnovato l'interesse per l'epistemologia e sottolineato l'importanza dell'intersoggettività e del linguaggio sia nella teoria che nella psicoterapia.

L'orientamento inaugurato dagli psicopatologi e dagli psichiatri fenomenologi, d'altra parte, ha contribuito a trasformare in modo radicale l'idea di cura psicologica, delineando, come dice Borgna (1973), le “fondazioni antropologiche della psicoterapia”. Riconoscendo, infatti, e tematizzando la differenza essenziale tra metodo naturalistico e metodo fenomenologico, la psichiatria di Binswanger, Minkowski, von Gebsattel, Tellenbach, Straus ha consentito di vedere la reificazione della persona implicita nell'atteggiamento delle scienze naturali e ha posto le premesse per un'alternativa scientifica alla psicopatologia e alla psicoterapia tradizionali. In questa prospettiva il fenomeno “malattia mentale” viene compreso in una dimensione antropologica e relazionale come esperienza umana dotata di senso, con una sua fondazione e una sua articolazione di significato.

Sul piano epistemologico e teorico il terreno d'incontro tra la psicologia del profondo (intesa nell'ottica di Benedetti) e la fenomenologia è costituito dal comune rifiuto del naturalismo e dalla centralità della nozione di intenzionalità. Tali premesse aprono immediatamente l'orizzonte della psicopatologia e della psicoterapia verso il rapporto intersoggettivo inteso come essenziale con-esserci.

Sul piano psicoterapeutico, psicoanalisi e fenomenologia condividono la scelta di rivolgersi al vissuto (e non al comportamento) del soggetto e il rilievo dato all'incontro umano, inteso in senso dialogico, producendo una rilettura della nozione freudiana di transfert e del contro-transfert che ha lo stesso senso del Mit-Dasein fenomenologico (cfr. Blankenburg, 1983).

Da queste premesse derivano comunanze metodologiche, come l'impiego della narrazione, dell'ascolto, del silenzio, dell'intuizione, dell'empatia, dell'interpretazione interattiva”.

 

IL MODELLO DI CAMPO

Non è facile delineare un vero e proprio “modello di campo”, in quanto all’interno di questo vertice di osservazione, mutuato dalla fisica, il dibattito è vivace. Nella psicoanalisi italiana il modello di campo si sviluppa in un crocevia dove si incrociano, oltre ai criteri costruttivisti già citati della fisica quantistica, le concettualizzazioni dei coniugi Baranger(1961), la teoria della mente di Bion e un clima culturale sia italiano che proveniente da oltreoceano che sempre di più mette in luce la natura costruttiva e relazionale di quanto avviene in analisi. L’idea, concettualizzata dai Baranger, propone la coppia paziente-terapeuta inglobata in un campo da essa stessa creato che li rende complementari e coinvolti nello stesso processo dinamico, campo in cui si dispiegano numerose fantasie inconsce latenti provenienti da entrambi i membri della coppia al lavoro (“fantasie bi-personali”). D’altra parte, anche Bion, indipendentemente dai Baranger, formulava l’ipotesi di un continuo interscambio tra analista-paziente di fantasie inconsce prodotte da continue identificazioni proiettive. L’elaborazione di Bion(1962) del concetto di identificazione proiettiva, toglieva, infatti, quelle caratteristiche “negative” con cui M. Klein (1946) aveva connotato questo suo importante concetto, rendendolo uno “strumento” di lavoro della coppia analista-paziente. Ecco quindi che l’intreccio di questi due vertici (quello dei Baranger e quello di Bion) hanno fatto lievitare pensieri e tensioni verso la teoria del “campo” anche se, come spesso accade per le nuove idee, abbiamo una gamma di sfumature difficili da sintetizzare. E così, mentre per alcuni autori il campo è solo una metafora riferita agli aspetti relazionali del “luogo” analitico per altri, invece, il modello di campo nasce proprio “dalla necessità di ampliare il punto di vista relazionale, senza perdere di vista la prospettiva storica e le sedimentazioni teoriche che mantengono la profondità e le caratteristiche proprie dell'esperienza psicoanalitica” . Diciamo, tuttavia, che alcuni punti sono senz’altro chiari e comuni ai vari autori:

• vertice osservativo che tiene conto dell’inconscio

• inclusione dell’analista all’interno del campo “osservato”

• critica alla rigidità dell’interpretazione diretta della fantasia inconscia

• l’interpretazione è co-costruita nel qui ed ora del campo, a partire dai “personaggi” co-narrati che hanno preso forma al suo interno e che hanno portato a delle nuove co-costruzioni di senso e alla nascita di nuovi pensieri co-pensati

• il campo come uno spazio-tempo che si attiva e si trasforma in base al funzionamento mentale della coppia paziente- analista e al cui interno si realizzano operazioni trasformative.

 

Tra gli autori italiani ricordiamo Francesco Corrao (1986), profondo conoscitore e studioso del pensiero di Bion che introdusse il suo modello di campo ( mutuandolo, con precisione, dopo una scrupolosa ricerca epistemologica, dalla teoria quantistica dei campi) alla metà degli anni 80. La sua ricerca era tesa a trovare un modello (quello di rete risultava incompleto per lo scopo) che si prestasse a spiegare psicoanaliticamente i movimenti gruppali.

Altri autori come C. Neri, G. di Chiara(1997), D. Chianese(1997) ed altri, avvertono l’importanza di superare il concetto di interazione, spostandosi più verso l’intersoggettività e quindi verso quelle “aree terze” che questa mette inevitabilmente in evidenza.

Per altri ancora un’ottica di campo all’interno dell’istituzione può porsi come “campo” che ricongiunge nella visione pluridimensionale dell’équipe degli operatori gli elementi frammentati e scissi nella “mente – campo” del paziente (Correale (2006), Boccanegra (1997).

Riolo (1997) conduce un’analisi che, come Corrao, si rifà puntualmente alla fisica e alle sue attuali evoluzioni, le quali, superando il dualismo tra energia e materia e tra campi e oggetti, approdano all’ipotesi secondo cui ciò che ad un livello di osservazione appare come realtà indipendente (particelle, singoli elementi del campo), in realtà è determinato dalla diversa intensità dei punti del campo e dalle diverse configurazioni delle sue linee di forza. Assumere questa nuova configurazione di campo come riferimento concettuale per il campo psicoanalitico, induce Riolo ad accentuare al suo interno gli aspetti costruttivisti e creatori di nuovi elementi e di nuovo senso, cioè gli aspetti trasformazionali, anziché le differenze dei singoli elementi (transfert, controtransfert…. che non hanno realtà indipendente da quella del campo) con evidenti ricadute sul piano teorico della teoria psicoanalitica stessa e a sottolineare ancora, qualora ce ne fosse bisogno, come il concetto di campo non possa risolversi in quello di relazione, ma lo superi di gran lunga.

Grande attenzione viene quindi posta alle trasformazioni nel campo che Riolo sostiene veicolate dalle componenti affettivo/cognitive/emotive che, come onde, producono cambiamenti nel processo analitico.

Anche Gaburri (1997) sembra intendere il campo analitico come un “luogo” fortemente connotato dagli eventi emotivi che agiscono sulla realtà fattuale, trasformandola. Egli denomina tale fenomeno come “campo emozionale” (Gaburri 1997).

Per F. Borgogno (1997) il campo è anche il luogo di una paziente e sofferente attesa, un campo che si “ammala” e “parla” del disagio “portato” dai personaggi che vi entrano (familiari, figure significative…), facendosi transitare da emozioni che diventando “vivibili”, potranno poi divenire “pensabili”

Anche per Antonino Ferro (1992;1996;1999;2000;2002;2003;2006;2007), Bezoari (1991) e Barale (1992) il campo è fortemente connotato in senso emotivo; esso è uno spazio-tempo che diviene contenitore di “intense turbolenze emotive”, dove avvengono trasformazioni dell’intera situazione analitica. In tale spazio-tempo si dispiegano narrazioni che introducono personaggi testimoni del funzionamento della coppia analista-paziente e che in un gioco continuo di contenuto/contenitore creano la possibilità di accedere a pensieri nuovi, prima impensabili.

Le prese di posizione più radicali nell’ambito del modello di campo, le ultime citate, conducono ad una “rivoluzione” di tutti gli elementi psicoanalitici e delle loro variegate denominazioni; come afferma Corrao “se utilizziamo il concetto di campo non c’è bisogno di pensare allo spazio intermedio tra interno ed esterno, perché nel campo, visto che tutti i punti possono essere utilizzabili, ci possono essere [simultaneamente] interni, esterni, intermedi … perché è omnicomprensivo” E ancora c’è da chiedersi, quale pregnanza possono ancora avere concetti come quello di transfert, controtransfert, setting, se tutto nel campo è in movimento e se ciò che vogliamo ottenere in un processo analitico è certamente in direzione della trasformazione e non della fissità degli elementi?

All’interno di questa “corrente” tutta italiana collocherei due autori d’oltre oceano che mi sembrano piuttosto vicini ad essa: Ogden (1994) per il suo originale sviluppo del pensiero di Bion e per la sua formulazione del “terzo analitico” e Renik (2007) per la sua attenzione alla non neutralità dell’analista e il forte accento intersoggettivista che assegna all’incontro psicoterapico, pur collocandosi in continuità con la tradizione psicoanalitica.

 

 

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