Gregory Bateson



Epistemologia ed ecologia della mente
 
(TESTO IN COSTRUZIONE... con leggerezza, serietà ed un grano di ironia)
Di fatto, la grande distinzione fra scienza e filosofia ha operato una scissione fra la mente e il cervello, disponendo la prima dalla parte della metafisica, il secondo da quella delle scienze naturali; le compartimentazioni disciplinari inoltre hanno separato e disperso:
- nelle scienze fisiche: l'informazione, la computazione, l'intelligenza artificiale;
- nelle scienze biologiche: il sistema nervoso centrale, la filogenesi e l'ontogenesi del cervello;
- nelle scienze umane: la linguistica, la psicologia cognitiva, le diverse psicologie (che non comunicano tra loro e anzi si escludono a vicenda), le diverse psicoanalisi (stesso rilievo), la psico-sociologia, l'antropologia culturale, le sociologie della cultura, della conoscenza, della scienza, le storie delle culture, delle credenze, delle idee, della scienza;
- nella filosofia: la teoria della conoscenza;
- fra scienza e filosofia: la logica, l'epistemologia.
A ciò va aggiunto il continente non riconosciuto, non esplorato della noosfera, in cui la conoscenza si organizza in sistemi di idee (teorie, dottrine) e che richiede una scienza nuova: la noologia.
Ognuno di questi frammenti disgiunti ignora il volto globale di cui fa parte.

Edgar Morin, La conoscenza della conoscenza, 1986, ed. it. Raffaello Cortina, Milano 2007
PROLOGO
Ognuno di noi ha in sé un perfetto sconosciuto che agisce in nostra vece e per nostro conto con mirabile maestria ed aggiorna, minuto dopo minuto, il bilancio delle entrate e delle uscite che fanno quadrare il nostro bilancio emozionale.
Al cospetto di questo ospite sconosciuto il nostro vissuto cosciente è un principiante maldestro che svolge al più il ruolo di mosca cocchiera con la presunzione di poter controllare la nostra vita e le nostre relazioni.

Fabrizio Semper
PRIMA TAPPA
Epistemologia è una parola vagamente cacofonica, ardua, dal significato sfuggente. Non cerchiamo qui di attingere arcane sfere filosofiche o gnoseologiche con discorsi accademici, da “iniziati”. Al contrario, batteremo un sentiero conoscitivo semplice ma non banale, nè dogmatico, né metafisico.
Alla fine saremmo soddisfatti se avremo almeno suggerito la possibilità d’operare uno spostamento dell’attenzione dal piano logico attinente il significato del termine epistemologia, intesa come campo di studio di una disciplina (quale essa sia), al significato di processo dell'apprendere e dell'apprendere ad apprendere e dello spiegarsi l'apprendimento, quale modalità di costruzione dei significati personali.

Una prima accezione del termine epistemologia.

Il significato di epistemologia, da episteme (scienza) e logos (discorso), designa lo studio generale dei criteri che garantiscono la validità di una conoscenza, ossia che ci autorizzano a qualificarla come “scienza” (episteme) e non come semplice opinione (doxa). Cosa distingue dunque le ipotesi scientifiche da quelle non scientifiche, vale a dire puramente fantastiche, prive di credibilità?

Un primo indirizzo, indirizzo empiristico, fa capo a R. Carnap e B. Russel e si basa sul presupposto che una teoria (fisica, biologica ecc.) assuma significato scientifico se, per ciascuno dei suoi termini, esistano ben determinate “regole di corrispondenza” che lo colleghino a “dati osservabili”.
Sebbene reso più flessibile ed articolato da C. G. Hempel, tale indirizzo ha perso progressivamente credibilità in quanto una legge scientifica presuppone l'esistenza di determinate relazioni tra termini variabili in diversi infiniti domini. Per verificarla quindi sarebbe necessario verificare che per ogni relazione la medesima sussiste per un numero infinito di dati, mentre è ovvio che i dati raggiungibili in ogni osservazione, per quanto estesa, sono sempre finiti.

Per ovviare a quest’impasse, K. Popper ha sostenuto che, indirizzo falsificazionista, una teoria per essere definita scientifica non necessiti affatto di essere verificata, essere cioè verificabile ogni volta, (mancherebbero in ogni caso infinite volte in cui non è fatto), ma che sia sufficiente verificare che possiede criteri di falsificabilità, ossia che ammette la possibilità che si verifichi la presenza di elementi tali mediante i quali sia possibile verificare l’esistenza di possibili eventi (falsificatori potenziali), il cui riscontro provocherebbe la falsità della teoria stessa.
Una volta individuati questi falsificatori, la teoria deve essere sottoposta a continue verifiche ed accettata soltanto fino a che non si verifichi un evento falsificante.

Questo significato del termine epistemologia è il più pertinente a ciò che concerne lo studio della scienza e del metodo scientifico, secondo la scuola di Geymonat

Per tutto ciò che si riferisce allo studio di fenomeni fisici, chimici e, per alcuni aspetti, biologici, può essere concesso attribuire una qualificazione di “oggettivo” e “razionale” alla realtà.
Possiamo dire che, quando la presenza dell’osservatore nell’esperimento interferisce trascurabilmente con i risultati, questi possono essere considerati come dati sufficientemente approssimati, da un lato al “reale”, dall’altro al “razionale”.
Ad esempio in fisica i risultati di uno studio su un gas saranno sempre un compromesso pragmatico tra leggi che definiscono entità inesistenti, ma logiche (per es. le leggi dei gas ideali) e sostanze reali (i gas reali) che a queste leggi logiche non rispondono a meno d’importanti approssimazioni.
Tanto più piccole saranno le approssimazioni necessarie tanto più sarà “oggettiva” la qualità che potrà essere attribuita ai risultati ottenuti.

Una seconda accezione del termine epistemologia.

Al termine epistemologia è attribuito un significato più estensivo quando è usato come sinonimo di gnoseologia.
Cartesio assumeva che essere scienziato coincida con il prendere una distanza dal proprio essere soggettivo, l’assumere un punto di vista esterno, neutrale, e mantenere sotto controllo tutti i fattori del fenomeno da esaminare, tranne quelli da sottoporre allo studio e misurare tutte le variazioni che avvengono nel sistema.

Ma...
PRIMA CITAZIONE

Per almeno duecent'anni, diciamo dai tempi di Newton fin verso la fine dell' '800, l'interesse dominante della scienza si rivolse a quelle catene di cause ed effetti che potessero essere attribuite a forze e collisioni. La matematica a disposizione di Newton era prevalentemente quantitativa, e questo fatto, insieme con la concentrazione dell'attenzione sulle forze e le collisioni, portò a misurare con notevole precisione distanze, tempi, masse ed energie.
Come le misurazioni del topografo debbono essere in armonia con la geometria euclidea, così il pensiero scientifico doveva essere in armonia con le grandi leggi di conservazione. La descrizione di un qualunque evento esaminato da un fisico o da un chimico doveva essere basata su bilanci di massa e di energia, e questa regola conferì all'edificio concettuale delle scienze esatte un tipo particolare di rigore.

...Tornando ora al problema se ai principi fondamentali della scienza e della filosofia si sia giunti, allo stadio primitivo, tramite ragionamento induttivo a partire dai dati empirici, ci si accorge che la risposta non è semplice. È difficile immaginare come si sia potuti giungere alla dicotomia tra sostanza e forma tramite argomenti induttivi. Dopo tutto, nessun uomo ha mai visto materia senza forma e indifferenziata, proprio come nessuno ha mai visto o sperimentato un evento 'casuale'. Se dunque alla nozione di un universo "informe e vuoto" si è giunti per induzione, ciò è stato per un mostruoso - e forse erroneo - balzo di estrapolazione.
E anche ammettendo ciò, non è affatto evidente che il punto donde hanno preso le mosse i filosofi primitivi sia stata l'osservazione: è almeno altrettanto verosimile che la dicotomia tra forma e sostanza sia stata un'inconscia deduzione dalla relazione soggetto-predicato nella struttura del linguaggio primitivo.

... Le leggi di conservazione dell'energia e della materia riguardano la sostanza più che la forma; ma i processi mentali, le idee, la comunicazione, l'organizzazione, la differenziazione, la struttura, sono questioni di forma più che di sostanza.

Nel corpo dei principi fondamentali la metà che riguarda la forma è stata, negli ultimi trent'anni, enormemente arricchita dalle scoperte della cibernetica e della teoria dei sistemi.

Gregory Bateson, Verso un'ecologia della mente, Adelphi, Milano, 1990
SECONDA TAPPA
Noi che ci avviamo ad affrontare l’enigma della mente, dobbiamo spostare l’attenzione su ciò che è vivente.
Diceva Bateson che una cosa è studiare come si trasmette il moto tra due bocce, un’altra è osservare cosa succede se diamo un calcio ad un piccolo cane. Se una boccia ne colpisce un’altra questa risponde con l’energia ricevuta dalla prima.
Se diamo un calcio ad un cagnetto, se il calcio è abbastanza forte, accadrà dapprima qualcosa che ha a che fare con le leggi della fisica ed il cane sarà sbalzato lontano, Poi ciò che avverrà sarà legato al metabolismo del cane, sarà condizionato dalla sua mente. Il cane ci morderà o scapperà o altro, ma in ogni caso si comporterà in base a dei fatti che sono distinti dalle forze della fisica e questi fatti sono essenzialmente non fisici: sono idee.
Ciò a cui il cane risponde ciò a cui rispondiamo tutti noi mammiferi (e anche altri animali) ciò che viene considerato attinente alla mente è la differenza, la relazione.

Nel corso di quasi un secolo, a partire da Piaget fino a Bateson e Maturana, si sviluppa un filone di pensiero che, fatti propri i fondamenti di una articolata teoria dei sistemi e della complessità, si libera dalle panie dell’illusione di poter accedere a luoghi privilegiati di osservazione della “realtà” a partire sia da posizioni riduzionistiche (che vogliono poter comprendere le parti rinunciando alla comprensione dell’insieme, ignorando il tutto dell’insieme) o, all’opposto, olistiche (che vogliono poter comprendere il tutto dell’insieme rinunciando alla comprensione delle parti che lo costituiscono).
Questa nuova teoria dei sistemi sottolinea l’importanza fondamentale della molteplicità dei punti di vista dell’ osservatore in ogni approccio alla comprensione della realtà e del comportamento degli esseri viventi.
In campo psicologico e più particolarmente psicoterapeutico si vengono a delineare, (Piaget, Bateson e Kelly ne sono considerati i precursori), i fondamenti del bacino di pensiero che fa capo al post-razionalismo, con Guidano in Italia, e più universalmente al costruttivismo, (con Maturana, Varela, Mahoney ed altri).

Presupposto del costruttivismo è che la conoscenza umana, l'esperienza, l'adattamento, sono caratterizzati da una partecipazione attiva dell'individuo. La realtà è inconoscibile a prescindere dal soggetto che ne fa esperienza, poiché è il soggetto stesso, osservatore ed agente, che contribuisce a crearla, partecipando in maniera attiva alla sua costruzione.
Ciò che viene “conosciuto” non è un mondo che esista indipendentemente dall'osservatore (la cosa in sè, anche se esiste, non è conoscibile), bensì la percezione di differenze nel sistema da parte dell’osservatore e la comprensione di interconnessioni tra i vari sistemi che osserva, costruisce e integra nella sua rappresentazione mentale.
SECONDA CITAZIONE

" Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce". Tra gli anglosassoni è abbastanza comune pensare alle 'ragioni' del cuore o dell'inconscio come a forze, impulsi, palpiti allo stato embrionale, quelli che Freud chiamava Trieben. Per Pascal, che era francese, la faccenda era abbastanza diversa, e senza dubbio egli pensava alle ragioni del cuore come a un insieme di regole di logica e di calcolo altrettanto preciso e complesso che le ragioni della coscienza.

...Questi algoritmi del cuore, o, come si dice, dell'inconscio, sono, tuttavia, codificati e organizzati in modo affatto diverso dagli algoritmi del linguaggio. E poiché una gran parte del pensiero conscio è strutturata nei termini della logica del linguaggio, gli algoritmi dell'inconscio sono doppiamente inaccessibili. Non si tratta solo del fatto che la mente cosciente ha difficile accesso a questa materia, ma anche che quando tale accesso è ottenuto, ad esempio nei sogni, nell'arte, nella poesia, nella religione, nell'ebbrezza e simili, resta ancora un formidabile problema di traduzione.
In linguaggio freudiano ciò si esprime di solito dicendo che le operazioni dell'inconscio sono strutturate in termini di processo primario, mentre i pensieri della coscienza (specialmente i pensieri verbalizzati) sono espressi in processo secondario.
Nessuno, che io sappia, sa alcunché del processo secondario. Tuttavia si suppone d'ordinario che tutti lo conoscano perfettamente, e quindi non tenterò in alcun modo di darne una descrizione particolareggiata, assumendo che voi ne sappiate quanto me.

Il processo primario è caratterizzato (ad esempio da Fenichel) come privo di negazioni, privo di tempi, privo di qualunque identificazione di modo verbale (cioè non ha identificazione di indicativo, congiuntivo, ottativo, ecc.), e come metaforico. Queste caratterizzazioni sono basate sull'esperienza degli psicanalisti, che debbono interpretare i sogni e le strutture della libera associazione.
È vero anche che il soggetto del discorso del processo primario è diverso dal soggetto del linguaggio e della coscienza. La coscienza parla di cose o persone e attribuisce predicati alle cose o alle persone specifiche che sono state menzionate. Nel processo primario le cose o le persone sono, di solito, non identificate, e il discorso è concentrato sulle relazioni che si sostiene esistano tra di esse. In realtà, questo è solo un modo diverso per dire che il discorso del processo primario è metaforico: una metafora mantiene invariata la relazione che 'illustra', mentre sostituisce ai termini della relazione cose o persone diverse. In una similitudine l'uso di una metafora è segnalato dall'inserimento delle locuzioni 'come se' o 'come'. Nel processo primario (come nell'arte) non vi sono segni che indichino alla mente conscia che il materiale del messaggio è metaforico.
(Uno schizofrenico compie un notevole passo avanti verso un più normale equilibrio quando può inquadrare le sue asserzioni schizofreniche o i commenti delle sue voci in una terminologia che impiega il "come se".

La 'relazione' ha tuttavia un contorno un po' più nitido di quanto si potrebbe desumere dalla semplice affermazione che il materiale del processo primario è metaforico e non identifica i termini specifici della relazione. Il soggetto del sogno e gli altri materiali del processo primario sono, in realtà, relazione nel senso più ristretto di relazione tra l'io e altre persone o tra l'io e l'ambiente.
Agli anglosassoni che trovano molesta l'idea che i sentimenti e le emozioni siano i segni esterni di algoritmi precisi e complessi, si deve di solito dire che queste faccende, cioè la relazione tra l'io e gli altri e tra l'io e l'ambiente, sono, in realtà, il contenuto di quelli che sono chiamati 'sentimenti': amore, odio, timore, fiducia, ansia, ostilità, ecc. Queste astrazioni, che si riferiscono a strutture di relazione, hanno sfortunatamente ricevuto un nome il cui uso di solito presuppone che i 'sentimenti' siano caratterizzati principalmente dall'intensità piuttosto che dà una precisa struttura. Questo è uno dei contributi bislacchi che la psicologia ha fornito a un'epistemologia distorta.
Sia come sia, per il nostro scopo attuale è importante osservare che le caratteristiche del processo primario sopra descritte sono le caratteristiche inevitabili di qualunque sistema di comunicazione tra organismi che debbano usare soltanto la comunicazione iconica. Questa stessa limitazione è caratteristica dell'artista e del sognatore e del mammifero pre-umano o dell'uccello. (La comunicazione degli insetti, forse, è un'altra faccenda).
Nella comunicazione iconica non vi sono né tempi, né negazioni semplici, né contrassegni di modi.
Particolarmente interessante è l'assenza delle negazioni semplici, poiché essa obbliga spesso gli organismi a dire l'opposto di ciò che vogliono per giungere a enunciare che essi vogliono l'opposto di ciò che dicono.

... Samuel Butler è stato forse il primo a osservare che ciò che conosciamo meglio è ciò di cui siamo meno consci; e cioè che il processo di formazione delle abitudini è una discesa della conoscenza verso livelli meno consci e più arcaici. L'inconscio non contiene soltanto le faccende penose che la coscienza preferisce non considerare, ma anche molte faccende che ci sono così familiari che non abbiamo bisogno di considerarle. L'abitudine pertanto rappresenta una cospicua economia di pensiero cosciente. Noi possiamo fare certe cose senza pensarvi coscientemente. L'abilità di un artista, o meglio la dimostrazione di un'abilità, diviene un messaggio su queste porzioni del suo inconscio. (Ma forse non un messaggio dall'inconscio).

Ma la faccenda non è proprio così semplice. Alcuni tipi di conoscenza possono essere calati vantaggiosamente a livelli inconsci, ma altri tipi debbono essere mantenuti alla superficie. Grosso modo, possiamo permetterci di calare nell'inconscio quei generi di conoscenza che continuano a essere veri indipendentemente dalle variazioni dell'ambiente, mentre dobbiamo tenere a portata di mano tutti quei controlli del comportamento che devono essere modificati in ogni caso particolare. Il leone può calare nel suo inconscio la proposizione che la zebra è la sua preda naturale, ma quando ha di fronte una zebra particolare dev'essere in grado di modificare le mosse del suo attacco per adattarsi al terreno particolare e alle particolari tattiche di fuga di quella zebra particolare.
L'economia del sistema spinge infatti gli organismi a calare nell'inconscio quei tratti generali della relazione che restano sempre veri, e a mantenere nella coscienza la prassi dei casi particolari.
Le premesse possono, con vantaggio economico, esser 'calate', ma le conclusioni particolari devono essere coscienti. Benché sia economico, l'atto di 'calare' nell'inconscio, tuttavia, esige un prezzo: l'inaccessibilità. Poiché il livello al quale le cose sono calate è caratterizzato da algoritmi iconici e dalla metafora, diventa difficile per l'organismo esaminare la matrice da cui scaturiscono le sue conclusioni coscienti. Viceversa, si può notare che ciò che è comune a una particolare asserzione e a una metafora corrispondente è di una generalità tale da rendere appropriato il calarlo nell'inconscio.

Bateson G., Verso un'ecologia della mente, Adelphi, Milano, 1990.
TERZA TAPPA
Una bizzarra ma anche seria girandola di suggestioni per avvicinare i confini de
L’OGGETTO DEL NOSTRO STUDIO:

LA STRATEGIA DI SHAHRAZÀD
ALLA RICERCA DELLA METAFORA CHE CONNETTE

Racconto "noetico" di Luciano Lodoli 2004
Il re disse: “O Shahrazàd, come sono belli questi racconti,
ne conosci degli altri simili?” Ed ella narrò: ...
Le mille e una notte
1 - ALLA RICERCA DELL’OGGETTO DEL NOSTRO STUDIO

COSA TRATTIENE CLUMSY CARP DAL RINUNCIARE, UNA VOLTA PER TUTTE, ALLA RICERCA DEL DORSELLECTUS ELUSIVII ?

Clumsy Carp, (Jonny Hart: www.Creators.com/comics_show.cfm?comicname=bc ) è un imbranato ma tenace studioso di pesci d’acqua dolce, che fin da giovanissimo osserva nel loro habitat naturale.
E’ forse il primo ittiologo della preistoria.
Clumsy un giorno ha creduto di essere ad un nulla dalla conquista di una meritata ed imperitura fama nel campo di ricerca a lui più pertinente, l’ittiologia evolutiva.
Ha trovato presso una pozza prosciugata dalla persistente siccità degli ultimi inverni, lo scheletro di un pesce creduto estinto da migliaia, o milioni, di anni: il mitico Dorsellectus Elusivii.
Per lui il fatto che lo scheletro non sia ancora fossilizzato è una prova a favore della teoria che vuole alcuni esemplari di D. Elusivii ancora presenti nelle acque degli sconfinati stagni di BCland.
Sprezzando la, per alcuni attendibile, teoria del suo amico Curly, secondo la quale lo scheletro in questione non sarebbe altro che una comune lisca di un pesce morto di fame e scarnificato dalle formiche, decide di dedicare il resto della sua carriera di scienziato alla cattura a fini di studio di almeno un esemplare vivente di D. Elusivii.

Succede a psicoterapeuti di diverse scuole, e diversa fama, di passare la maggior parte del tempo e degli sforzi, da loro dedicati al confronto critico, a mettere in dubbio perfino l’esistenza di ciò che per il collega costituisce l’oggetto di studio principale, prediletto e insieme fonte di continuo tormento, tra estasi autocompiaciuta ed esplosive aggressioni accademiche.
Succede ho idea anche perché le dispute tra scuole avvengono prevalentemente su argomenti teorici. Vale a dire, preso a cuore un ponderoso argomento, lo si trasforma gradualmente da utile astrazione teoretica in una sorta di mostruosa concretizzazione di pensiero. Ad esempio ci si può fare l’idea che tutta la propria concezione della materia verta intorno al modello di coscienza che si immagina di avere in mente. O al modello di identità. O al modello di conoscenza razionale. Al modello di inconscio, preconscio, ecc.
Così via ognuno sceglierà di dedicare il meglio di sé alla ricerca del suo personale Dorsellectus. In altre parole è la natura, a priori elusiva, dell’oggetto del proprio studio a condizionarne la trasformazione in mitici protocolli di setta con la conseguenza che le dispute, anziché portare ad evoluzioni produttivamente feconde di modelli che crescano sul confronto di parti vive nella discussione, conducono alla difesa aprioristica e rabbiosa della propria storica congrega.
Ma è proprio impossibile valorizzare in qualche modo la genuina entusiastica spinta interna, il sacro fuoco interiore di questi moderni Clumsy Carp? Cosa è che soggettivamente è avvertito dallo studioso come così importante, quale meravigliosa rivelazione si aspettano con la cattura del loro Dorsellectus?
Prendiamo il buon dinamicista che da un paio di decenni rovista ansioso tra gli articoli di neurobiologia, neuroradiologia, psiconeuroecceterologia, nella speranza che qualche mirabolante tecnica di imaging funzionale discrimini colonie di neuroni che si attivino in qualche zona x della corteccia nel momento successivo alla conversione di un’energia in un’altra, al prevalere di una pulsione su un’altra e così via.
Pensiamo al comportamentista radicale che speri di trovare in queste nuove tecniche la chiave per dimostrare l’inesistenza della mediazione cognitiva, o al cognitivista che speri di trovarsela mappata su qualche bella immagine neuroradiologica.
A volte basta dare un nome un po’ evocativo ad un “nuovo” tipo di neurone, pensiamo ai cosiddetti mirror neurons, per scatenare entusiasmi e controentusiasmi ed inverosimili aspettative.
Credo che esista, e vada rispettata, una qualche irriducibilità tra ciò che può essere studiato con il nostro bagaglio teorico e metodologico di tipo naturalistico e ciò che non può assolutamente essere raggiunto con questo approccio.
È anche lecito fondare e rifondare scuole filosofiche che si contendano la terra di nessuno tra i confini contrapposti dell’oggetto e del soggetto, oggetto e soggetto che magari si trasformino subdolamente uno nell’altro assumendo il soggetto i significati dell’oggetto e viceversa.
È anche molto piacevole per alcuni leggere e godere trattati e trattatelli su questo scritti e talora assurti alla “dignità” di piccoli bestseller.
Ai fini del contributo di conoscenza sulla prassi psicoterapeutica il portato di questo tipo di speculazioni induttive o deduttive sulla natura delle “cose in sé” è più o meno zero. Ciò non significa che sarebbe più auspicabile risolvere l’impasse ignorando metà del problema.
Al solo fine strumentale di circoscrivere il campo a qualcosa su cui tutti possano concordare almeno a livello d’importanza delle possibili implicazioni cliniche, scegliamo il nostro personale Dorsellectus: il “tacito”.
Il tacito, in sé, ovviamente, è inconoscibile e potrebbe anche non esistere come qualsiasi altra cosa “in sé” possiamo immaginare. Assurge per quanto così definito alla piena dignità di Dorsellectus Elusivii.
Ma c’è, indiscutibilmente, qualcosa che connette, rende appartenente ad una classe di simili, concetti del tipo inconscio, conoscenza tacita, il pipistrello di Nagel che esperisce il suo essere, il sacro batesoniano, la Principessa (realtà) di Liotti, un’allucinazione, una metafora, una poesia, una creazione artistica ed il misterioso, inconoscibile esperitore di “qualia” che è in tutti noi.
È probabile che tutti si riconoscerebbero nel dichiarare di essere quasi certi dell’esistenza di un qualcosa che in noi percepisce l’effetto che ci fa il percepire. Nessuno può certo aspirare a scoprire cosa è in sé questo qualcosa, nessuno può non concordare che questo qualcosa dei qualia ha la natura.
Definito in questo modo il concetto di tacito può essere da noi visto come un qualcosa di realisticamente realistico, se non reale tout court.
Concediamoci di definire, ancora al solo fine di circoscrivere il discorso, il concetto di coscienza come entità sostanzialmente binaria, ossia consistente in due metà compresenti, non incompatibili ma non complementari. Due universi, due monadi, inconcepibili una in assenza dell’altra, seppur non esplorabili né relazionabili con un solo sistema procedurale. L’universo del tacito e l’universo del cosciente.
A questo punto del cammino alla ricerca dell’oggetto del nostro studio è necessario concedersi una sosta ristoratrice. Mentre ci ritempriamo possiamo prendere atto di esserci in qualche modo avvicinati al momento in cui sarà possibile intravedere la natura se non l’identità dell’oggetto del nostro studio.
Che cosa abbiamo raggiunto fino adesso? Poco e molto.
1. Possiamo affermare che è del tutto consigliabile disfarsi immediatamente di ogni illusione di poter utilizzare come criterio di validità di una particolare concezione della psicoterapia strumenti teorici che siano già interni alla concezione stessa.
1.1 Non vale la pena di sprecare tempo per argomentare l’impossibilità di dimostrare la validità degli assunti teorici della psicanalisi con ragionamenti induttivi e relative dimostrazioni a partire da elementi che fanno parte della concezione stessa.
1.2 Non vale la pena di sprecare tempo per argomentare l’impossibilità di dimostrare la validità degli assunti teorici di una psicoterapia rispetto ad un’altra con ragionamenti induttivi o deduttivi a partire da elementi che fanno parte della concezione stessa di una o dell’altra delle due teorie.
2. Nessun modello di psicoterapia può essere giusto o sbagliato in sé.
2.1 Assemblando, togliendo pezzi o confrontando fra di loro psicoterapie differenti si ottiene un qualcosa (probabilmente mostruoso) che non può essere né giusto né sbagliato in sé.
3. La definizione di conoscenza sopra accennata, tacito assieme a cosciente, pur essendo volgarmente riduttiva e monca, ad esempio manca completamente l’articolazione dei diversi tipi di conoscenza e la possibilità per qualcosa di esistere contemporaneamente sia nel tacito che nella coscienza, è senz’altro valida ai fini del percorso di avvicinamento all’oggetto del nostro studio.
4. Arbitrariamente decidiamo di non occuparci della monade coscienza se non per quanto possa concernere la costruzione, o la individuazione, dell’interfaccia esistente tra le due monadi stesse.


2 - INTERFACCIA TRA TACITO E CONSCIO

Cosa l’interfaccia tra conscio e tacito sia non può essere espresso con il linguaggio delle parole. Possiamo averne un’idea creandoci una mappa della sua superficie vista dal lato conscio. Questo può essere il luogo comune dei punti individuabili con una sorta d’operazione d’avvicinamento all’infinito operabile con il calcolo differenziale.
Descrivendo un episodio con la tecnica della moviola (Guidano, 1988 e 1992) capita in più occasioni all’intervistato di descrivere singole scene microframes poco comprensibili, in un primo tempo, alla luce dei riferimenti al contesto che lo stesso è in grado di fare spontaneamente o sollecitato. Anche in riferimento agli stati interni (emotività più sensitività elicitate più tacito) la congruenza appare opinabile (discrepanza).
Questi microframes vengono integrati in una sorta di segmento di copione più vasto e inseriti in cornici di contesto più ampie (macroframes) cui a volte l’intervistato conferisce una consequenzialità che appare del tutto illogica all’analisi semantica del discorso.
Ciò avviene in quanto l’intervistato opera sottostanti connessioni in base o a sue regole non esplicitate o in base a operazioni non cognitive che potrebbero essere condizionate dalla contiguità dell’esperienza criticata autoriflessivamente con una parte di esperienza semplicemente esperita e non portata al vaglio critico autoriflessivo.
In questo modo, con il risottoporre sistematico di quanto viene di volta in volta costruito e ricostruito, si viene ad arricchire una trama di racconto in cui mano a mano vengono riempiti degli spazi vuoti in modo da costringere il narrante a rimodellare le sue versioni.
Ciò avviene con un continuo passaggio della ricostruzione da una sorta di racconto in prima persona ad un racconto in terza persona con cui il narrante osserva se stesso muoversi nella scena.
Usando una metafora cinematografica vediamo che il paziente via via impara ad essere un abile cameraman diretto da se stesso, che alterna la ripresa di scene di singoli personaggi e singoli scorci con primi piani e carrellate, a più o meno lunghi piani sequenza in cui tutto ciò che è in scena appare contemporaneamente, la macchina riprende da posizione fissa e sono gli attori che si muovono sulla scena. In questa seconda modalità il narrante stesso passa da essere l’occhio osservatore ad essere l’attore osservato.
Riprendendo la metafora della psicoterapia come ricerca scientifica l’intervistato impara a cimentarsi con il doppio ruolo di ricercatore e di cavia.

A questo punto siamo costretti a fare la seconda sosta nel nostro percorso e introduciamo la metafora del blocco di marmo e della statua.
Ogni tanto viene rispolverata la metafora dell’opera d’arte contenuta nel blocco di marmo. Se paragoniamo il blocco di marmo all’insieme della mente possiamo immaginare che le opere scultoree che ne possano essere tratte siano infinite.
Potremmo dire che il Mosè fosse già contenuto nel blocco di marmo di Carrara consegnato a Michelangelo e che Michelangelo non sia stato altro che uno scalpellino particolarmente abile manualmente che si sia limitato a togliere il superfluo.
Da questo punto di vista non sarebbe difficile creare automi scalpellini in grado di riprodurre un numero infinito di Mosè di Michelangelo a partire da blocchi di marmo della misura e della qualità adatte.
Ora utilizziamo la metafora solo per quanto può essere utile a chiarire uno dei possibili aspetti del concetto di interfaccia tra materia e mente che subdolamente abbiamo cominciato ad introdurre nel discorso.
Prendiamo il Mosè finito. Possiamo dire che il Mosè è in ultima analisi il marmo che lo compone? O possiamo dire che il vero Mosè sia il marmo che abbiamo tolto dal blocco?
Questo potrebbe essere un tema sufficiente a riempire da trenta a cento sostanziose pagine di un trattato filosofico o epistemologico sul rapporto tra cervello e mente, qualora sostituissimo
nella metafora il cervello come organo biologico al blocco di marmo e le opere della mente all’opera d’arte che possiamo chiamare Mosè.
È evidente che dal punto di vista della metafora fatta, per quanto riguarda la metafora marmo/Mosè, non può che trattarsi d’aria fritta! Io non vedo una grossa differenza nella considerazione da attribuire alle trenta o cento pagine che potrebbero essere state scritte sul rapporto tra cervello e mente.
Che cosa ci interessa salvare? Probabilmente non tanto più che la semplice scoperta (un po’ dell’acqua calda) che forse esiste un possibile strumento di comunicazione con la monade soggettiva o del tacito. Un linguaggio con una sua grammatica, con una sua sintassi, con una sua filosofia ed una sua epistemologia.
Questo è il linguaggio della metafora o della poesia o del delirio. In altre parole è il creativo, il dirompente, la condizione di cambiamento che permette all’essere umano di costruire la sua propria esistenza di tessitore di cambiamento.
Per quanto riguarda il discorso sull’interfaccia, potremmo dire che il vero Mosè è quel qualcosa che non fa parte né del marmo né dell’aria che lo circonda e in questo caso è solo la superficie levigata della statua che ne è venuta fuori e che contemporaneamente è l’ultimo degli infiniti Mosè che la mente di Michelangelo è venuta rappresentandosi nel tempo in cui ha compiuto l’opera.
A questo punto ci stiamo ulteriormente approssimando all’oggetto del nostro studio. Riusciremo mai a definirlo? Potranno i nostri eroi trovare rispettivamente la loro principessa, il loro pipistrello, il loro sacro?
È necessario concederci una pausa un po’ più lunga e chiamare in causa l’unico testimone “per me possibile” in quanto unico ad avere l’accessibilità alla monade che mi riguarda.


3 - UNA GITA IN BALILLA NEL 1945

Dovevo avere poco più di due anni il giorno che feci la mia prima uscita dalla città. Forse quella era anche la prima gita che i miei genitori facevano dopo la fine della guerra, grazie alla ricomparsa dei primi rari litri di benzina venduti non a borsa nera.
Era un pomeriggio di tardo autunno probabilmente. Il mio fratellino maggiore dormiva sdraiato sul sedile posteriore dell’auto ed io, felice, me ne stavo in braccio a mia madre e
guardavo di tanto in tanto fuori dal finestrino della nostra Fiat Balilla nera a tre marce, già vecchia nel 1945.
Ogni tanto, distrattamente, guardavo e ascoltavo mia madre e mio padre che conversavano o tacevano lieti. Assaporavo un’ineffabile e pervasiva felicità, che poche volte ebbi ancora modo di provare, prima che mi fosse usurpata per sempre dal nascere, inopinato ed incalzante, dei miei fratelli più piccoli.
Assaporavo dunque quella serena pienezza estatica che la titolarità del grembo materno, caldo, sacro luogo di delizia, sola può dare quando ad un tratto trasalii: ebbi la subitanea consapevolezza d’essere come risucchiato, precipitato al cospetto del “mondo di fuori”, la cui presenza improvvisamente mi turbava e mi affascinava ad un tempo.
Ecco là fuori, sconfinato ai miei occhi di piccolo bambino, ai piedi della collina su cui la nostra auto si arrampicava percorrendo una sconnessa strada bianca, il dispiegarsi di una superficie, chiazzata dai più diversi e cupi toni di verde e screziata di macchie color rosso-ruggine, estesa fino a lambire laggiù nere e minacciose montagne.
Non so immaginare a conclusione di quali percorsi di tacita cognizione e di subentrante bufera emotiva ciò avvenne, ma indicando quello che scorgevo fuori del finestrino mi trovai ad urlare:
“il mare, il mare, il mare!… il mare, il mare, il mare!… il mare, il mare, il mare!…”
e così via per qualche interminabile momento, quasi in stato crepuscolare, estraniato ormai dal paradiso interiore in cui ero immerso fino a pochi attimi prima.
Mia madre mi sorrideva con dolcezza infinita ma, dimentica del mio essere un bambino di due anni, con ansiosa e sollecita apprensione, cercava anche di riportarmi alla realtà, alla sua realtà.
Non poteva certo mia madre avere idea di quanto quell’episodio di mutamento di esperienza di “vivendo” mi aveva inesorabilmente cambiato.
Avevo maturato una percezione del mio esistere qualitativamente differente: nulla di ciò che sentivo di essere prima era scomparso, ma ciò che ero prima si trovava ad essere ri-compreso in qualcosa di esperenzialmente sovraordinato che prima non c’era.
E’ del resto ovviamente banale che mia madre, dal suo punto di vista, si preoccupasse del mio confondere una foresta estesa e vista dall’alto con il mare.
E’ altrettanto ovviamente banale che una tale preoccupazione fosse del tutto fuori luogo: che importanza poteva avere per me confondere una foresta con il mare dal momento che io non
avevo mai visto prima né l’una né l’altra cosa! Da lì a pochi mesi avrei conosciuto da vicino anche il mare e la foresta cominciavo a sapere ormai cosa fosse.
Era accaduto qualcosa di una portata ben più grande: ciò che aveva suscitato quel mio sconvolgente meraviglioso e terribile trasalimento era la scoperta tacita, esperienziale, diretta, per molti anni per me indicibile e incomunicabile, ma chiarissima da subito, dell’esistenza in me (nella mia “mente” avrei detto più tardi), contemporanea, contigua e integrabile ma non omologabile, di una realtà di soggetto esperiente da un lato e dall’altro di una realtà in qualche modo inesorabilmente esterna, percepibile ma non esperibile.
E mia madre stessa apparteneva (umanità tapina!) a questa seconda forma della realtà.
Io avevo perduto la cittadinanza della valle dell’Eden e mia madre era lì a preoccuparsi del fatto che io avessi scambiato una cosa che ancora non conoscevo, una foresta, con un’altra cosa che ancora non conoscevo, il mare.
Rimarrà per me una meraviglia, attinente con il concetto batesoniano di sacro, il fatto che in un bambino tanto meta-apprendimento (per Bateson: deutero-apprendimento) possa intervenire in pochi istanti ad onta della sua quasi assoluta immaturità di conoscenza razionale e riflessiva.
E’ ovvio che nulla di tutto ciò che di speculativo può esserci in una simile elusiva idea ha a che fare con il bambino che ero allora, ma credo che nella mia vita io non mi sentirò mai così vicino a provare “che effetto fa essere un… [qualsiasi creatura che esperisce]” (Vedi Nagel) soggettivamente-dalla-parte-del-soggetto-esperiente e contemporaneamente sentirsi prossimo al confine dell’inconoscibile “che effetto fa essere un… [qualsiasi creatura che esperisce]” soggettivamente-dalla-parte-del-soggetto-osservato.
In altre parole: l’oggetto del nostro studio è, forse, un soggetto?
La lettura dell’episodio ricordato può essere fatta solo attraverso l’analisi semantica, le teorie e le interpretazioni relative al frammento di “vissuto reale” che in qualche modo ripercorro nella sua interezza e nella sua estensione spazio temporale, nel ricordo di ogni minimo dettaglio attinente alle scene che si susseguono, ogni volta che lo riporto alla mia attenzione.
Ciò non poteva e non può essere fatto altrimenti che usando i miei modi di ricostruirlo, ogni volta diverso negli aspetti semantici ed autoriflessivi, ma ogni volta perfettamente identico come esperienza di vissuto.
Voglio dire con questo che quello riportato è qualcosa che, visto dal mio essere soggettivo, appare di qualità sostanzialmente diversa dalla maggior parte degli altri ricordi. Qui non
manca nulla, è come se un pezzo della mia vita, venti trenta minuti, sia stato riprodotto e memorizzato nella sua interezza e nella sua plastica immutabilità. Non mi è possibile riportare alla mente quest’episodio senza riprovare letteralmente ogni atomico frammento d’emozione, di sensazione e di “vivendo”, come se effettivamente il mio attuale soggettivo rivivesse, anziché una moviola della realtà, una realtà riproducibile in modalità di sola lettura senza alcuna possibile modifica, senza nessun possibile stop o rallentamento, come se avessi due sole possibilità: rivivere quei minuti o non farlo.
Questo è quanto per me può essere di più vicino al sacro cioè il vivere sentendosi parte di qualcosa, senza possibilità di manipolazione alcuna della realtà. Non posso essere io a valutarlo ma credo che chi legga l’episodio possa farsi un’idea di quanto non descritto, in quanto non descrivibile perché attinente alla parte tacita dell’esperienza.
È come se, riprendendo la metafora della statua nel blocco di marmo, descrivendo il togliere del marmo in più si possa dare idea di ciò che si lascia. Una sorta di gelatinoso ectoplasma di forme che può essere reso visibile solo sporcandolo con l’impalpabile farina del nostro rielaborare.
In questo frammento di esistenza la mente registra in memoria la realtà col massimo dei pixel possibili, senza alcuna economia. È immaginabile che ricorrendo a questa modalità di registrazione il senso di continuità, il sentimento di esserci e quant’altro si possa immaginare riferibile al “vivendo”, sarebbero assicurati nella maniera più completa. Ma in pochi mesi, intasata ogni possibile riserva di neuroni, potremmo tranquillamente smettere di usare mente e cervello. Inoltre vivendo in contatto con il sacro, cioè con il tacito di cui sopra, in questo modo non ci sarebbe alcuno spazio in modalità arbitraria cioè libera.
È probabile che il libero arbitrio sia un po’ una forma di mito, un po’ una realtà solo grazie alla modalità di registrare il passato in modo episodico ed incompleto, da ricostruire di volta in volta a dare, da un lato, il senso realistico di continuità e di coerenza dell’esperienza, dall’altro la possibilità di operare una sorta di cambiamento prospettico, strategico del nostro modo di prevedere gli scenari nel futuro e di crearci le alternative possibili di opzione compatibili con la modalità stessa, con cui costruiamo la realistica sensazione di essere presenti al nostro presente.


4 - NON È ANCORA PROPRIAMENTE L’OGGETTO DEL NOSTRO STUDIO…

Ma possiamo ormai affermare che l’oggetto del nostro studio ha qualcosa a che fare con l’essere un soggetto e con l’essere la metafora, l’unico possibile strumento di conoscenza del tacito, inconoscibile, unica realtà.


5 - DOVE GREGORY ESITA (E GLI STOLTI SI PRECIPITANO A METTER PIEDE)

Ogni genitore (o maestro, o persona influente o amico) che eserciti o abbia esercitato una grande influenza su un figlio (o discepolo o amico) non può che augurarsi di essere da questi compreso ma anche possibilmente superato.
In questo, se sarà avvenuto, potrà trovare motivo di soddisfazione e rimanere indifferente ad ogni aspettativa di riconoscimenti dall'amato e ammirato figlio o discepolo.
Pochi maestri hanno avuto un’influenza paragonabile a quella che ha avuto Gregory Bateson in molte discipline e nel ri-pensare con modalità unificante all'insieme di queste discipline.
E’ stato il più geniale filosofo ed epistemologo del ventesimo secolo nell'ambito della biologia, psicologia, cibernetica, ecologia ed in molti altri campi.
Nell'approccio a ciò che Bateson definì "Pleroma", più prosaicamente la materia, Albert Einstein occupa forse il posto che Gregory Bateson occupa nell'approccio a ciò che definì "Creatura", mente, ma con accezione più estesa che nel senso comune (per l'uso dei termini pleroma e creatura Bateson cita Jung).
Alcune geniali osservazioni di Bateson, risalenti agli anni cinquanta e precedenti, sono state riprese (e talora spacciate per originali) da molti “innovatori” achademical friendly dagli anni 80 in poi.
Egli è se non padre, almeno nonno o bisnonno di quasi tutte le più radicali riformulazioni del pensiero e della prassi speculativa del ventesimo secolo.
Anche se i più nemmeno lo citano esplicitamente nei loro curricula formativi, tutti coloro abbiano imboccato sentieri nuovi ed abbiano saputo procedervi, spesso non aggiungono altro che ridondanza al suo lascito intellettuale. Con qualche eccezione di rilievo: ad es. Humberto Maturana lo cita al primo posto tra i suoi maestri.
Ma io non sono qui, ovviamente, per tessere, indegno, vani elogi di Gregory!
Bateson mi è qui necessario come spunto e pretesto per alcune ragioni molto prosaicamente strumentali alla comprensibilità del discorso.
Avendo, incautamente, affrontato il tema del tacito ed essendo il tacito notoriamente inesprimibile (... con parole) ed inaccessibile alla coscienza (almeno limitatamente a quella porzione della coscienza che possiamo aggettivare consapevole, razionale, luogo di analisi semantica) è necessario trovare un linguaggio alternativo.
Uso qui Bateson, oltre che come maestro di pensiero, come metafora di se stesso e del linguaggio metaforico.
Per inciso chiedo venia (in memoriam). Ho usato il concetto di sacro a fini strumentali, concetto che lo stesso Bateson non ha mai esplicitato completamente. Sono così entrato a far parte della schiera degli stolti!
Bateson non è solo un grande creatore di metafore ma anche inventore, sorprendentemente poetico. Un creatore di “metaforese”, ossia di un linguaggio letterario originale con cui esprimere le metafore via via create.
Per noi, anche nella pratica clinica, è importante dire delle cose ma a volte è più importante il modo in cui vengono dette.
Bateson teorizza la circolarità come modalità di correlazione specifica degli esseri viventi dotati di mente, contemporaneamente teorizza la circolarità anche come modalità tipica della comunicazione che intercorre tra gli esseri facenti parte dei sistemi correlati a livello mentale.
Mentre lo fa traduce e mette in pratica, in circolari ed esitanti modalità stilistiche, il suo scrivere e il suo parlare, mai da paludato maestro, sempre da scolaro che apprende ad apprendere apprendendo.
Ne deriva uno stile letterario che ad alcuni fa l’effetto di un miscuglio d’insalate incompatibili tra loro, inappetibili e un po’ disgustose e che ad altri appare quasi il canto melodioso di un grande compositore ed esecutore di se stesso. Molti rifiutano di leggere più che poche righe dei suoi libri, altri un po’ meno numerosi leggono e rileggono provando una crescente estatica felicità. Bateson parla di cose apparentemente ovvie e banali, immeritevoli a parere di molti chierici del potere accademico del tempo necessario a farsene un’idea.
Ma è proprio questo avvicinarsi faticoso a tentativi subentranti, alternati con ripensamenti e uscite laterali e rientri improntati a folgoranti fughe in avanti, verso nuove e geniali complessità, che rivela di Bateson l’essere metafora di se stesso e del lento, a volte apparentemente inconcludente, altre volte geniale, stile letterario.
A questo punto per mè è tardi, le idee s’ingarbugliano alquanto, e mi sento in dovere di credere che ho un lavoro più urgente da sbrigare. Il lavoro più urgente da sbrigare è la rilettura e la confezione definitiva della tesina teorica, quarta parte della tesi di specializzazione, che ho praticamente pronta, da mesi nel cassetto, per la stampa e la definitiva consegna al rilegatore. Scorro il frontespizio ed il suo titolo un po’ desolante nella sua nuda seriosa scolastica retorica:

"ANALISI DELLA CONVERSAZIONE IN PSICOTERAPIA
CONFRONTO TRA MICROSTRUTTURE PROCESSABILI ALL’ELABORATORE E MICROSTRUTTURE PASSIBILI DI INTERPRETAZIONE SOLO SEMANTICA"

Passo in rassegna per qualche minuto i bei grafici multicolori, le formule immesse nei vari fogli di excel, rileggo le conclusioni e poi ripongo il tutto nel cassetto della scrivania colto da un subitaneo, leggero, attacco di disgusto.
Eppure non è poi tanto male la tesina ed a qualche pedante accademico potrebbe anche piacere.


6 - DIALOGO NOTTURNO TRA NONNO E NIPOTE

N - Che fai con quei miei fogli in mano?
Nip - Ho cominciato a leggere per caso e ho continuato sperando di capire prima o poi cosa stai facendo in questi giorni chiuso nel tuo studio, senza uscire mai di casa e senza farti neanche la barba
N - sto completando la mia tesi…
Nip - sarebbe questa?
N - No, no... veramente ce l’avrei già pronta nel cassetto, la mia tesi ma non mi decido a consegnarla perché i due casi clinici e mezzo tutto sommato non sono venuti male ma la tesina, diciamo così teorica, mi sembra così banalmente scolastica che non riesco a riconoscerla come mia
Nip - a te che importa della tesina?
N - Mah, una specializzazione anche dopo i sessant’anni è sempre un qualcosa da considerare con un certo rispetto e con un conseguente approccio operoso, diligente e decorosamente ossequioso del minimo di formalità richiesto dalla situazione….
Nip - nonno che vuol dire approccio?
N - Lascia perdere….alle tre di notte…
Nip - ma queste cose che ho letto in questi fogli….di che parli? Chi è questa Shahrazàd? Chi è Clumsy Carp? Questo Liotti della principessa è un tuo amico?….
N - No, no Liotti no! Non è un mio amico. Mi piacerebbe, forse. Ma lui neanche mi conosce.
Nip - E la principessa?
N Mah, è una cosa sua. Credo che per lui, sotto metafora, rappresenti la realtà che c’è dietro, o in fondo o da qualche parte… un qualcosa che lui continuamente ha l’impressione di stare per raggiungere… ma…
Nip - Metafora è il nome della principessa?
N - No…sarebbe più giusto dire che il nome potrebbe essere Verità, oppure Realtà… la metafora… beh è un modo per dire qualcosa che non sapremmo dire altrimenti, oppure per parlare di cose che non sappiamo se esistano o no. Ma in questo modo potremmo passare la notte in bianco e non sono sicuro che alla fine avresti capito qualcosa di più.
Sai che cos’è una poesia?
Nip - Forse sì. Non so… sì, una poesia la conosco
N - me la sapresti recitare?
Nip - (spostandosi al centro della stanza ed assumendo l’atteggiamento del bravo scolaretto che recita una poesia)

VIAGGIO IN LAMPONIA, di Gianni Rodari.
Si può viaggiare in treno, in automobile,
ed in macchina da scrivere perché no?
Io ci ho provato
Semplicemente battendo un tasto sbagliato
Sono arrivato in Lamponia un paese…

N - vedi hai detto: si può viaggiare in macchina… da scrivere…
Nip - ho capito, una metafora è una macchina da scrivere!
N - (prendendolo in braccio e abbracciandolo)
non è così, ma è più carina la tua trovata di una metafora ben capita
Nip - ma la metafora?
N - La metafora… alle tre di notte… può essere una poesia, una principessa, un pipistrello, un bel sogno, un letto caldo… ma di giorno è qualcosa di molto, molto più serio
Nip - e Batman?
N - Bateson… uno scienziato, un filosofo ma… è anche una metafora: “Bateson non è solo un grande creatore di metafore ma anche un inventore continuo e sorprendentemente poetico, creatore di metaforese, ossia di un linguaggio letterario originale con cui esprimere le metafore via via create”… (Autocitazione, vedi sopra)
Nip - nonno mi porti a letto e mi racconti la favola di nonno Mago?
N - (a letto tenendo la mano del nipotino)
nonno Mago è una metafora…
Dopo qualche minuto il nonno giace addormentato nel letto del nipotino ed entrambi godono il rilassamento beato di un profondo sonno ristoratore.
Sognando…
N - … alla fine di questa avventura nonno Mago sta a un tavolo della taverna del paese ed esclama concitato rivolto agli astanti:
“credetemi, se avessi saputo dare forma ed apparenza di verità alle mie argomentazioni, l’eco stessa delle mie parole sarebbe risuonata falsa in ogni angolo della mia mente ed in ogni taverna di questa città”
Nip - dai raccontamene un’altra! Perché non mi racconti una di quelle di Shahrazàd? Hai scritto:
Il re disse: “O Shahrazàd, come sono belli questi racconti, ne conosci degli altri simili?” Ed ella narrò:
N - E’ una citazione da Le Mille e una notte…
Nip - cos’è una citazione?
N - Una citazione è qualcosa presa da uno scritto o da un detto di qualcuno che ha espresso bene un concetto che noi vorremmo riprendere… ma quando la citazione è all’inizio di un saggio o di un racconto si chiama epigrafe, ha un po’ il valore di metafora di quello che vogliamo affrontare nel nostro scritto… è un po’ per dire che parleremo anche di altre cose ma che in fondo la cosa che ci interessa di più ha qualche cosa a che fare con ciò che è scritto nella citazione…
Nip - ma nonno, tu non hai scritto più nulla di questa Shahrazàd e di queste Mille e una notte…
N - beh, ne avrei certamente parlato ma tu sei comparso prima che io potessi farlo
Nip - e cosa avresti voluto scrivere di Shahrazàd?
N - soltanto questo: io avrei voluto scrivere qualcosa su qualcosa che un po’ esiste e un po’ non esiste, ma che se non ci fosse sarebbe come se nessuno di noi fosse mai esistito e nessuno possa mai esistere…
Nip - comincio a capire, anche io sono una metafora…
N - in che senso?
Nip - beh, tu non hai nipoti… nonno
N - ma mi piacerebbe averne, anzi mi piacerebbe avere te come nipote, Nip, però in fondo è vero: tu stesso sei una metafora
Nip - soltanto?
N - qualcosa di più di una metafora, certo… tu ormai sei nella mia mente, nello stesso modo in cui ci possono essere Bateson, Clumsy Carp, Stefano Alcini…
Nip - chi è un tuo amico?
N - no, no per carità!…
Nip - come Liotti?
N - beh non proprio, Alcini non lo conosco proprio… ho letto solo delle cose che scrive e tutto sommato potrei anche essere d’accordo su alcune delle cose che scrive, ma quello che non capisco è come faccia a pensarle le cose che scrive (leggi e-mail infra).
Ma questo è un altro discorso.
Stavo dicendo: nello stesso modo in cui, nella mia mente ci può essere Shahrazàd, il Dalai Lama o Bin Laden, o qualsiasi altra persona, che non abbia mai conosciuto personalmente ma che in qualche modo ha trovato una rappresentazione nella mia mente…
Nip - comincio a capire, è come se io esistessi, ma solo a metà! Per esistere davvero ci dovrebbe essere un qualcosa, che sarei io, che avesse nella mente te, nonno!
N - Ti amo! Probabilmente con quest’ultima considerazione ti sei conquistato la dignità di esistere almeno allo 0,75!
Nip - Ma Shahrazàd?
N - Ormai ti voglio tanto bene che non me la sento di farti notare che sono le sei del mattino.
Shahrazàd era una bellissima principessa che un giorno decise di sposare un re crudelissimo, che negli ultimi tre anni aveva preteso di sposare ogni giorno una nuova bellissima ed illibata fanciulla. Fanciulla che poi aveva spietatamente ucciso, ogni volta, alla fine della prima notte di nozze.
Il re uccideva tutte queste fanciulle per vendicarsi dell’infedeltà della sua prima amatissima sposa… amatissima finché non si era sentito costretto a decapitarla per la sua infedeltà.
In capo a tre anni era ormai quasi impossibile trovare fanciulle vergini ed un giorno il visir, che era il papà di Shahrazàd e che aveva tra l’altro il compito di trovare le vergini per il re, era disperato perché se non avesse trovato una fanciulla entro la sera sarebbe sicuramente stato decapitato egli stesso. Shahrazàd, che oltre ad essere bellissima era anche una fanciulla sensibile e, come diremmo oggi, un’acuta psicologa, un po’ per salvare il padre, un po’ per salvare tante altre infelici fanciulle, propose di offrirsi lei stessa in sposa al re convinta di potersi salvare conquistandone in qualche modo la benevolenza
Nip - e ci riuscì?
N - certo
Nip - ma non capisco cosa c’entri questo con le metafore e tutte le altre cose che avevi scritto
N - beh il fatto è che Shahrazàd riuscì a conquistarsi la benevolenza e l’amore del re raccontando delle meravigliose storie, ogni sera più belle, facendo così in modo che il re, desiderando sopra ogni cosa avere un’altra storia da ascoltare, rinviasse ogni giorno l’uccisione della sposa finché, dopo mille notti, non si accorse di avere completamente dimenticato la sua rabbia e il desiderio di vendicarsi…
Nip - ma cosa c’entra con quello che stai scrivendo?
N - Ora che cominci a capire tante cose, cominci anche a capire che cosa è un discorso circolare.
Tornando e ritornando su uno stesso argomento, in modo tale che ogni volta qualche particolare magari piccolo venga aggiunto, qualche altro aspetto sia presentato sotto un punto di vista diverso, qualche altra cosa che prima era separata sia presentata in qualche relazione e così via, si passa attraverso tutti i possibili stadi della disperazione, sembra cioè che ogni volta i significati diventino più oscuri e più difficili da mettere a fuoco, finché improvvisamente, e se ciò avviene, abbiamo la piacevole sorpresa di scoprire che qualcosa di quello che cercavamo ha acquistato un significato sorprendentemente nuovo e tutto sommato chiaro.
Quando parlavo della mente, o conoscenza o coscienza o identità, o Principessa o come la vogliamo chiamare, come qualcosa fatto di due parti di cui una esprimibile, su cui ci si può facilmente prender carico con un metodo di osservazione e di studio basato sul significato che comunemente gli studiosi che le studiano danno alle parole, al modo con cui vengono messe insieme e di comunicarsele…
Per farla breve volevo dire che di questa metà, di questa parte della mente, meglio dire di questo modo di rappresentare la mente, ho ricevuto ieri sera un bellissimo esempio sotto forma di e-mail (vedi supra), che riporto integralmente nel riquadro qui sotto e che a te nipote risparmio di leggere tenendo conto che sono le sette del mattino.
_________________________________
Ogg: Re:[post-razionalismo] Saludos
Da: Stefano Alcini
A: post-razionalismo@yahoogroups.com
Coerentemente con il paradigma del Costruttivismo radicale, al quale
il Cognitivismo sistemico-processuale appartiene, "anche" la Mente è
autoreferenziale rispetto l'Organizzazione di Personalità alla
quale, appunto, si riferisce. Ciò implica, continuando la
riformulazione della tua domanda di chiarimento, che Ognuno di noi
non può che conoscere la propria Realtà in quanto l'atto stesso del
conoscere è indissolubilmente connesso tanto ai "filtri" di ordine
fisiologico (livello specie specifico) in termini di organi e
funzioni percettive, che di ordine ontologico (livello processuale)
in termini di significazione individuale degli accadimenti e delle
differenze ambientali. Quindi è giusto altresì affermare che la
Realtà nella sua "assolutezza" NON può di fatto essere "colta":
Stefano coglie la Realtà di Stefano, Anna coglie la Realtà di Anna,
un pitone coglie la Realtà di un pitone ed un calamaro coglie la
Realtà di un calamaro…E tutti abbiamo ragione, la nostra Ragione.
Ad ogni modo questa mi sembra una posizione ben lungi dall'essere
etichettabile con un'accezione semantica negativa in considerazione
dei nuovi sviluppi epistemologici nel novero della Complessità e dei
Sistemi cognitivi. In conclusione si può affermare che la Mente sia
organizzativamente chiusa, ma strutturalmente aperta…Altrimenti si
incappa nell'errore logico, più volte commesso da Didatti dell'APC
durante le lezioni ed i seminari "fine-settimanali", di considerare
l'Uomo Guidaniano un essere solipsistico nel suo essere
ermeticamente chiuso ed imperturbabile. Cosa quanto MAI errata!
_________________________________

Mi basta aggiungere che su quest’aspetto, in modo niente affatto circolare, avevo preso la decisione di non occuparmene affatto in questo saggio, o solo marginalmente, se richiamato dall’altro aspetto, che mi interessa particolarmente e che è quello del tacito.
Uno dei vantaggi di dedicare la propria attenzione a questo aspetto è che, non potendosi affrontare a parole, si potrebbe decidere di non affrontarlo affatto. Come molti, maggioranza schiacciante della casta dei saggi, fanno.
Uno degli svantaggi è che, se il tacito si è scelto come proprio personale Dorsellectus esistenziale, tutto sommato non si può fare a meno di occuparsene ed è necessario quindi armarsi di tutta la pazienza necessaria e ricominciare a circondarlo con i propri discorsi circolari, arruolando ad ogni giro nuove metafore, fiabe, metafore di metafore, fiabe di fiabe, nonni, nipoti, Clumsy Carp, nuovi tipi di Dorsellectus, eccetera eccetera.
Se poi riusciamo ad introdurre nel saggio anche Le mille e una notte, opera in cui ogni angolo del tacito, l’aspetto in cui le parole valgono nulla, viene in mille modi ripetutamente evocato, in poesia, in prosa, in canto, nella rappresentazione più realmente realistica e fantasticamente fantastica…
Nip - e le vergini? Le vergini furono salve?
N - Le vergini…


7 - DIALOGO TRA LA MOGLIE E IL NONNO… PARDON IL MARITO

M - Luciano sono le otto!
Alzati che devi andare in legatoria, per la tesi. E smettila di farfugliare… di quali vergini stai borbottando?
L - Ho un’idea, perché non resti a casa, io detto tortuosamente e laboriosamente e tu scrivi rapidamente, e buttiamo giù la tesina teorica?
M - Non capisco di cosa stai parlando, ma quale tesina vuoi scrivere, hai già scritto tutto…
L - no, no la tesina teorica che ho già scritto la voglio cambiare, quella mi fa venire un po’ di nausea quando ci penso. Molto meglio Shahrazàd e le vergini salvate!
M - Ma come, quella bella tesina sull’analisi della conversazione, con tutti quei bei grafici colorati, tutti quei bei dati precisi ed allineati, le belle formule di excel e i risultati e le conclusioni, la discussione, i ringraziamenti…
L - la nausea è nausea, almeno a 62 anni!
M - Ma allora l’altra, quella sulla storia di sviluppo che avevi quasi finito, quella intitolata

"DALLA STORIA FAMILIARE ALLA ANALISI DELLA STORIA DI SVILUPPO
INCIPIT E RISOLUZIONE DEL PROCESSO PSICOTERAPEUTICO COSTRUTTIVISTICO"

che poi era tutta centrata sul pensiero del tuo amico Guidano…
L - maestro! e non l’ho mai conosciuto direttamente...
M - scusa, ma non sei tu quello che sostiene che i maestri sono la causa della degenerazione e della fossilizzazione delle loro stesse dottrine?
L - Certo ed era proprio di questo che intendevo argomentare scrivendo quel saggio…
M - ma l’hai veramente scritto il saggio anche se dicevi che non era completato…
L - beh ecco è questo il punto: nel saggio mi era venuta bene la parte in cui mettevo in luce e in qualche modo magnificavo la complessità e la profondità del contributo che Guidano…
M - sei sicuro di essere ben sveglio?
L - In un certo senso sveglissimo, ma lasciami completare il concetto che stavo esprimendo… hai ragione c’è qualcosa che mi sfugge… forse ci sono
M - sono anni che ci sei… se è per questo
L - è qui, è qui il punto: “tristo è quel discepolo che non supera il suo maestro”
M - che vuoi dire?
L - “TRISTO È QUEL DISCEPOLO CHE NON SUPERA IL SUO MAESTRO. LEONARDO", era l’epigrafe scritta a caratteri cubitali sul muro sovrastante la cattedra nell’aula grande di chimica all’università
M - beh?
L - la citazione è chiara
M - ma non si capisce dove vuoi arrivare
L - era quello che mi sfuggiva. Era questa la causa che mi impediva di completare quel saggio. Cercherò di spiegarlo prima a me stesso e se è possibile anche a te… Mi sono sempre chiesto come mai molti allievi di Guidano mi apparissero talora bloccati, frenati ossia li vedevo perdere il dono più grande ricevuto dal loro maestro… ma forse è meglio che non mi addentri eccessivamente in questo ordine di riflessioni, che altrimenti non potremmo finire entro questa sera la tesi che ancora dobbiamo cominciare.
M - Era ora!
L - Vorrei solo aggiungere una riflessione…
M - non oggi!
L - Hai ragione, al lavoro!

E la sera, tardi:
L - vorrei solo aggiungere una riflessione…
M - non oggi!
L - Hai ragione, al lavoro!
Qui forse potremmo fermarci”


8 - CONCLUSIONI

Il lettore a questo punto sarà d’accordo con:

Nip - Non puoi scrivere conclusioni! Se ho ben cominciato a capire la natura del discorso circolare che stai portando avanti, non ci può essere alcuna conclusione
N - bravissimo! E comunque una metafora non può essere spiegata: diventerebbe una similitudine.
Una cosa forse sarebbe opportuno affrontarla meglio: la sostituzione che ho fatto della parola struttura con la parola metafora.
La struttura che connette è un punto centrale di tutto il procedere del pensiero di Bateson.
Procedere, modo di procedere, evolutosi coerentemente con la definizione e le successive molteplici ridefinizioni che Gregory ha elaborato del problema “mente e natura” nel corso della sua multiforme ricerca non di verità ma di nessi tra diversità, simmetrie e…
Nip - Stop, alt! Altrimenti del!
N - Hai ragione, tranquillo mi fermo subito, ma un’ultima cosa va affrontata ora. Perché metafora che connette?
In tutto il pensiero di Bateson sulla mente e problemi correlati, sono affrontati prevalentemente i nessi esprimibili con il criterio semantico, anche quando sono sottesi aspetti che attengono al tacito, al suo implicato emozionale ed esperienziale, al soggettivo oggettivato, ossia reso oggetto dell’osservazione di cui un altro soggetto è osservatore.
In questo la metafora è nome e discorso. E’, non in quanto ente, ma in quanto coincidente con la lingua che ci permette di parlare, di descrivere l’evocato possibile dello sconfinato stagno dell’ineffabile, tacito esistere del nostro esistere stesso. Tutto in natura è tautologico…
Nip - Nonno non dimenticare che io non posso capire…
N - Ecco proprio a questo disagio ti volevo portare: ora puoi capire dove volevo arrivare: non si può andare più avanti in chiarezza, hic sunt leones, questa è l’interfaccia dell’inconoscibile, ulteriori tentativi di ottenere chiarezza portano a sempre maggiore confusione… una confusione che sbocca nelle variegate forme di pazzia, nei miti delle religioni brandite come armi dardeggianti, delle fascinazioni della guerra, dei dogmatismi, delle utopie settarie…
Nip - capisco, mi vuoi far capire che non possiamo che accontentarci di arrivare vicino alla Principessa, che per definizione non la potremo mai conoscere, perché l’interfaccia tra conoscibile e tacito non è valicabile, è impermeabile a tutto fuorché alla metafora, in parte, almeno… forse.

Noi non siamo Re.
Possiamo scoprirci nudi, se non altro!


RIFLESSIONI E RINGRAZIAMENTI

Ringrazio l’aviazione alleata per aver, pochi mesi prima della mia nascita, raso al suolo un quartiere di Roma a ben due-tre chilometri dal luogo in cui si trovava mia madre quel giorno, anzichè radere al suolo proprio il nostro quartiere come secondo alcuni storici sarebbe potuto accadere. (Immagino quanto poco possano condividere questa mia gratitudine le vittime di quell’evento).
Ringrazio i governi delle nazioni che, a fianco dei partigiani, hanno lottato contro il mostro nazifascista ed alla fine lo hanno fiaccato e vinto almeno apparentemente, almeno per un po’. Almeno per averci fatto vivere alcuni decenni in un mondo che abbiamo sognato splendido.
Non posso però dimenticare che quei liberatori quattrocento giorni dopo riuscirono trionfanti a vaporizzare centinaia di migliaia di donne, bambini e vinti con due sole bombe, ed oggi esportano “democrazia”.
Solo perchè la natura dell’uomo ha in sé il demoniaco ed il divino?
Ha in sé l’oggetto del nostro studio, che è un soggetto, in ultima analisi, inconoscibile, ingiudicabile, al di sopra del bene e del male.
Cosa ci fa credere di essere al centro dell’universo e poi, se solo ci fermiamo a riflettere un po’ sulla nostra natura, ci fa apparire ai nostri occhi il retrovirus che può fiaccare e debellare la vis vitale del nostro stesso “ecosistema-mondo”?
Grazie ai pazienti ed a tutti coloro che (pur) avendo perso la loro battaglia con la bestia feroce che è in noi, ci mostrano ogni giorno ingegnose strategie di sopravvivenza alternativa, fallimentare quasi sempre ma una volta su mille geniale germoglio di speranza.
Grazie a Maurizio che sarebbe stato ancora, qui con noi, il migliore di noi, se non avesse considerato troppo tragicamente pesante il fardello del Leviatano che incombe.
Era stato tra i primi Maurizio a concepire la capacità del mostro di presentarsi sotto le mentite spoglie di un agnello che pensa di esportare la sua mendace mitezza, con la ferocia del potere del denaro e delle armi e con la stolta ignoranza di chi disprezzando la letteratura, vanta la superiorità di mitiche “Civiltà”, “Principi”, “Verità”, eccetera, eccetera su altre, viste contrapposte, “Civiltà”, “Principi”, “Verità”, eccetera, eccetera.
Il Leviatano spegne sempre, se può, il genio creativo del ribelle che è in noi. Fino a che la fiammella di questo genio riesce ad ardere, possiamo sperare che il mostro non sia parte della nostra stessa sostanza.
Uno dei compiti che ogni psicoterapeuta potrebbe darsi è quello di collaborare con il paziente al mantenimento della sua personale fiammella, senza farsi bruciare dal fuoco ravvivato.
L’uomo, ogni uomo, ha in sé quel sacro che contiene tutto il male e tutto il bene possibile, e può accettarlo se solo rinunzia ad utilizzare l’interfaccia tra tacito e conscio, per farne una barriera tra il sé, o il nostro: il Buono e l’altro: il Cattivo.
Il mostro è nella mente.
Grazie a Gregory Bateson, non solo per le sue idee, non per i suoi grandi meriti di pensatore e scienziato, bensì per il modo che ha avuto di proporre le sue idee e costruire i suoi meriti.
Il maestro anti-accademico che si presenta a tenere una lezione sulla riconoscibilità in un reperto della qualità di vivente, agli occhi di un alieno, ed estrae da due sacchetti di carta un granchio lesso ed una conchiglia, ci mostra del geniale il fascino assoluto.
E’ lo stesso maestro che parla del giorno in cui “l’uomo cacciò Dio dalla valle dell’Eden” e che affronta il tema del libero arbitrio, partendo dalla citazione di una filastrocca in cui si parla di un tram e di un autobus.
E’ lo studioso che avvicina al concetto di sacro il perdersi di uno psicopatico nei suoi deliri ed alla superstizione, le religioni confessionali, e che ci mostra come si vive, in processo, l’apertura al cambiamento.
Unico possibile sbocco di salvezza per l’uomo in crisi, non solo per il malato di mente.
Gregory non è un pensatore, Gregory è un modo di pensare.
Grazie Gregory.
Sigmund Freud è stato il più geniale e “selvaggio psicoterapeuta della storia”, almeno così avrebbe dovuto giudicarsi in base meta-teorizzazioni da lui stesso fatte sull’arte che praticava.
Ma a lui, ed alla coorte dei suoi seguaci, va ascritta sia la grandezza, sia la rovina della psicoanalisi. Ciò non può non avvenire quando il genio diventa canone, il maestro idolo ed il potere norma.
La psicoanalisi ormai è poco più dell’insieme delle sue rovine: vestigia di un’antica, morta, pur meravigliosa, civiltà, e dogmatica conservazione dei suoi simboli stereotipi e del suo “potere temporale”.
Eppure di ogni civiltà, anche morta, è possibile riscoprire l’originale genio propulsivo sotto le ceneri del suo storico sfacelo.
Guardando le rovine del Partenone non si può fare a meno di inchinarsi alla sua morta indicibile bellezza ed al ricordo della grandezza della civiltà che lo ha costruito.
Chiunque contribuirà, in parte anche minima, a coniugare ciò che manca nelle nuove scuole cognitive con l’eredità nascosta nelle rovine della psicanalisi riscuoterà il plauso di molti.
Noi costruttivisti siamo, insieme, bizzarri e saggi.
Il grande Michael Mahoney coniuga le opere della sua mente con il suo hobby preferito, il sollevamento pesi, evocando il fascino del giovane Platone, filosofo e pugile campione di Olimpia.
A questo pensiero si dissolve alquanto il senso di colpa che mi suscita il pensiero dei 250 mila km che ho percorso in bicicletta, inseguendo l’ombra del naso di Coppi.
Anche se non riuscirò mai a staccare l’ombra delle tenebre con cui convivo.
Senza il mito di Coppi e Bartali, amici ed acerrimi rivali ad un tempo, i miei sogni sarebbero stati molto più banali e miseri di quelli che ho vissuto.
Io “giovane”, vecchio, costruttivista non posso pensare la genialità di Vittorio Guidano senza alzare lo sguardo alla sapiente profondità di Giovanni Liotti.
A molti di noi, del gregge, piace immaginarli ancora maestri di una stessa difficile arte, anche se esercitata in botteghe che loro hanno voluto separare.
All’amico Gianni Cutolo un grazie per avermi fatto riconoscere come Porcus de grege Guidani. Gianni spero avverta che gli orfani inconsolabili rischiano di piangere il padre tutta la vita per onorarlo. Aver saltato il fossato per restare con il maestro, può diventare una gabbia mentale (anche) senza il maestro.
Ad Antonio e Luigi riconosco pieno il carisma di maestri, padri e fratelli, ed ho caro il pensiero di una lunghissima futura amicizia.
Un grato omaggio infine alla lucidità ed alla cultura che Claudio ha spesso messo a nostra disposizione.
Nunc paulo maiora:
a Francesco Mancini, al di là dei suoi meriti di studioso, un sincero grazie per averci proposto una scuola aperta a tanti diversi stimoli culturali, senza cedere alle facili lusinghe di un eclettismo vano e confondente.
Un grazie infine a chi mi ha fatto conoscere le opere di Joseph Weiss, vero anello di congiunzione tra psicoanalisi e terapia cognitiva.
Si erigerà il monumentum aere perennius della nuova psicoterapia?
Io non vedrò molto di questo sogno.
Ma a questo sogno dedico l’augurio di un luminoso e costruttivo futuro con la metafora della metafora che connette.
Grazie a Renato cui con questo scritto fornirò, spero, qualche risposta al quesito: “che effetto fa essere il mio paziente?”.
Mi scuso con il dottor Stefano Alcini per averlo incluso ex abrupto nel sogno narrato in questa storia, ma la sua mail mi era apparsa subito troppo perfetta per resistergli. Spero di essere perdonabile, per questo.
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Charles Darwin
(Shrewsbury 1809 - Downe 1892)
Gregory Bateson
(Cambridge 1904 - San Francisco 1980)
Consideriamo ora per un momento se un calcolatore pensi. Io direi di no. Ciò che pensa e procede per tentativi ed errori è l'uomo più il calcolatore più l'ambiente. E le linee di demarcazione tra uomo, calcolatore ed ambiente sono del tutto artificiali e fittizie: sono linee che tagliano i canali lungo i quali vengono trasmesse le informazioni o le differenze; non sono confini del sistema pensante. Quello che pensa è il sistema totale, che procede per tentativi ed errori, ed è costituito dall'uomo più l'ambiente.

Gregory Bateson, Verso un'ecologia della mente, Adelphi, Milano, 1990
Edgar Morin
Parigi 1921
Se fino alla fine del secolo scorso era stata missione quasi vitale della scienza l'eliminazione dell'incerto, dell'indeterminato, dell'impreciso e della complessità al fine di controllare e dominare il mondo mediante il pensiero e l'azione, quella scienza non ha prodotto la chiave deterministica universale ma è sfociata nel problema fondamentale dell'incertezza, dell'indeterminazione, dell'imprecisione, della complessità. La scienza nuova in gestazione è quella che lavora e negozia con l'aleatorio, l'incerto, l'impreciso, l'indeterminato, il complesso.

Edgar Morin, Al di là del determinismo, in Sul determinismo a cura di Krzysztof Pomian, Il Saggiatore, Milano 1991
Michael J. Mahoney
Streator 1946 - Portsmouth 2006
LETTURE:
 

 

Luciano Lodoli
LA STRATEGIA DI SHAHRAZAD

Una bizzarra ma anche seria girandola di suggestioni per avvicinare i confini de "l'oggetto del nostro studio".
Francisco Varela
Santiago del Cile 1946 - Parigi 2001
Sigmund Freud
(Freiberg 1856 - Londra 1939)
Humberto Maturana
Santiago del Cile 1928
Quando si mette l’oggettività tra due parentesi, tutte le vedute, tutte le direzioni nella multidirezionalità sono ugualmente valide. Se capiamo questo, perdiamo la passione per il cambiamento dell’altro. Uno dei risultati è che si può apparire indifferenti alle altre persone. Invece chi non vive con l’oggettività tra parentesi ha una vera passione per cambiare l’altro. Quindi loro hanno questa passione e tu no. Nell’Università dove lavoro, ad esempio, la gente dice. "Humberto non è veramente interessato a niente!" E questo perchè io non ho una passione dello stesso orientamento di quella della gente che vive con l’oggettività senza parentesi. Penso che questa sia la maggiore difficoltà. Ad altre persone puoi sembrare troppo tollerante. Tuttavia, se anche gli altri mettono l’oggettività tra parentesi, puoi scoprire che il disaccordo può essere risolto entrando in un dominio di co-inspirazione, nel quale le cose vengono fatte insieme perchè i partecipanti vogliono siano fatte. Con l’oggettività tra parentesi è facile fare le cose assieme perchè l’uno non squalifica l’altro nel processo di farle.

Humberto Maturana -Intervista- 1985
Vittorio Guidano
Roma 1944 - Buenos Aires 1999
... il terapista del secondo tipo non si spaventa quando il paziente gli parla di emozioni negative, anzi le tratta come fenomeni normali e induce un atteggiamento di interesse: “Il modo migliore di controllarle, queste emozioni che sono spiacevoli, è proprio di metterle a fuoco, di capirle; se c’è un’immagine spiacevole la metta in bacheca, in moviola per studiarla”.
"La belleza del pensar"
Filmato molto bello di una intervista a Vittorio Guidano pubblicato su Youtube da:
Instituto de Terapia Cognitiva Post-Racionalista INTECOCHILE
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